Osservatorio dei media a tema transgender, non-binary e gender creative
Osservatorio dei media a tema transgender, non-binary e gender creative

Abuso su minor* trans e fede

Questa è la traduzione della testimonianza di una madre cristiana.
Qui il link al testo in inglese. 

Avevo 4 figli finché una mi ha detto di essere in realtà una bambina

Avevo 4 figli finché una mi ha detto di essere una bambina. Mi ricordo una sera quando Kai era piccola e le stavo rimboccando le coperte. Aveva le gambe fredde e preoccupata ho sollevato le coperte e ho visto che si era messa le mutandine di una bambola. Le stavano bloccando la circolazione e se avesse dormito così tutta la notte sarebbe stato molto pericoloso. Dopo quell’esperienza, ho capito che non potevo più ignorare qualcosa di molto reale a proposito di mia figlia: era una bambina.

Sono stata cresciuta da devota, cristiana e con forti valori repubblicani nel Sud. È un posto dove non solo essere diversi può essere imperdonabile ma anche pericoloso. Facevo e ancora faccio parte attivamente della chiesa locale. Portavo avanti un piccolo corso pastorale di studi della Bibbia e non supportavo né condonavo gli stili di vita LGBTQ. Faceva parte delle credenze Cristiane che ero stata portata a credere. Sapevo che avrei trasmesso le stesse credenze ai miei figli.

Ma tutte le mie credenze e convinzioni sono state messe alla prova quando a 18 mesi Kai ha cominciato ad esibire caratteristiche molto forti femminili. Da quando è nata, tutto in Kai era orientato verso la femminilità. Si tirava giù le magliette per farle diventare gonne. Si legava camicie a manica lunga in testa per far finta che fossero capelli lunghi. Ho provato con tenacia a forzarla a mettersi vestiti militari e con i supereroi e le ho anche fatto fare tagli di capelli cortissimi. Kai ha tre fratelli, è cresciuta in un ambiente familiare pieno di testosterone, e io speravo che potesse aiutare. Tutto intorno si parlava di pesca, di sputare e di roba da ragazzi. Ma Kai ha continuato ad essere Kai.

Come madre Cristiana che tirava su una famiglia Cristiana, è stato un periodo molto difficile per me. Non ero pronta ad arrendermi e lasciare che Kai facesse la transizione sociale (vivesse come bambina apertamente nella società) – specialmente a quell’età giovanissima. Era una lotta interiore quotidiana che mi massacrava. Non pensavo di poter andare contro tutto quello che mi era stato fatto credere e allo stesso tempo non potevo lasciare che Kai vivesse in questa agonia palese. Non ero pronta ad accettare che mia figlia di un anno e mezzo fosse una bambina. La battaglia è durata un paio di anni.

Dopo i due anni di Kai, la famiglia e gli amici cominciarono a notare il suo comportamento. Vivere a Pearland, Texas, significava che venivamo guardati di sottecchi e ci venivano fatte domande. Kai giocava solo con le altre bambine e con i giocattoli da bambina. Diceva che i bambini erano “disgustosi”. I membri della famiglia mi chiedevano a bruciapelo se questo bambino fosse gay. Mi rendeva nervosa ed ero costantemente preoccupata di quello che pensavano gli altri di noi e di come la educavo.

Mentre la famiglia si chiedeva se Kai fosse gay, un’amica Cristiana che è anche una psicologa infantile, mi chiese: “hai notato il comportamento femminile di Kai?”. Era una domanda posta in modo così delicato rispetto alle accuse degli altri che ho risposto: “L’ho notato ma immagino che crescendo le passerà”. Ora posso ridere di questa risposta. In retrospettiva è palese che non si trattava di una fase. Ma quando la mia amica me l’ha chiesto, non ero pronta ad accettarlo. Mentre continuavo a guardare mia figlia crescere, la mia amica ha cominciato a farmi notare dei segnali di allarme, che c’era qualcosa di molto reale in atto. Mi ha detto che il fatto che Kai potesse essere transgender era qualcosa che dovevo considerare.

Quando Kai aveva 3 anni e mezzo non potevo più ignorarlo. Verbalizzava almeno sei volte al giorno che era una bambina. Era tutto un: “Sono una principessa”, “Sono una bambina”. Tutte le volte che diceva così mi chinavo al suo livello e le dicevo: “No, sei un bambino”. Non ha mai funzionato. Mi correggeva aspettando che fossi nel mezzo di qualcosa e impossibilitata a rincorrerla, poi correva nella stanza e urlava “Sono una bambina!” e scappava via correndo di nuovo. Ho fatto tutto quello che ho potuto per farla smettere. Ho usato punizioni come i time-out, tantissimi time-out. L’ho sculacciata e ci siamo urlate contro. Infinite preghiere. Ho anche contattato l’asilo che frequentava e ho chiesto che nascondessero qualunque giocattolo da bambina. L’hanno fatto, ma Kai non è mai cambiata. La tenacità e il coraggio di questa bambina è qualcosa che mi ha fatto imparare molto.

Ho chiesto aiuto a dei professionisti incluso uno psichiatra infantile che mi ha chiesto: “Se tu e Kai foste su un’isola deserta, le faresti indossare vestiti da bambina?”. “Forse” ho risposto. Lo psichiatra mi ha detto che non era Dio il mio problema ma quello che pensavano le altre persone di me e di mia figlia. Questo messaggio mi è arrivato. Ok, potrei cominciare con le mutandine. È qualcosa che nessuno vede. Mi ci sono voluti 4 viaggi da Walmart per portarlo a termine. Le prendevo e poi le lasciavo nel negozio, piangevo e uscivo dalle porte automatiche. Ero sconvolta e poi mi sentivo in colpa per non avergliele prese. Era qualcosa di veramente minimo ma è stato un ostacolo enorme da superare.

Sensi di colpa e confusione mi mangiavano viva e mi trovavo in conflitto per trovare una soluzione. Kai aveva ancora 3 anni e mezzo quando trovai online la storia di Leelah Alcorn. Leelah aveva manifestato il desiderio di vivere come ragazza. I suoi genitori non glielo avevano permesso basandosi sulla religione. Leelah ha scritto poi una lettera ai genitori e c’è stato un passaggio che mi ha colpito particolarmente: “anche se siete Cristiani o contro le persone trans, non ditelo a* vostr* figli*. Non serve ad altro che a farl* odiare sé stess*. È quello che ha fatto a me.”

La storia della Alcorn è finita in tragedia – si è suicidata perché i suoi genitori non le hanno permesso di essere chi Dio l’aveva creata per essere. Questo mi ha colpito ed è risultato familiare. Avevo sentito Kai pregare di essere lasciata tornare a casa a vivere con Gesù. Mia figlia stava chiedendo al Signore di lasciarla morire.

Dopodiché ho cominciato a studiare a lungo Gesù, il suo carattere e la sua natura. Ho letto e riletto delle sue interazioni con i farisei. Le persone religiose della Bibbia cercavano sempre di usare le scritture per giustificare le loro azioni piene di odio e Gesù interveniva costantemente e chiedeva loro di guardare le scritture con la prospettiva di una persona amorevole. Per cui è quello che ho cominciato a fare. Online ho trovato un gruppo segreto su Facebook di mamme cristiane con figli* LGBTQ. È un bellissimo gruppo di donne che non giudicano e amano. Mi rendono coraggiosa. Ho sentito di essere armata di una nuova comprensione delle scritture. Ho il supporto di altre mamme come me, che hanno passato quello che ho passato io.

Con questo bagaglio, al 4° compleanno di Kai l’ho finalmente lasciata transizionare. C’era ancora paura e confusione. Stavo mettendo in dubbio le aspettative culturali e sociali della nostra comunità, della nostra famiglia, dei nostri amici. Ma sapevo che dovevo scegliere di accettare mia figlia per come Dio l’ha creata – ed è anche stata una libertà bellissima farlo. Un paio di settimane dopo che ho smesso di punire Kai perché “si comportava da bambina”, si è messa una vestaglia da maga che aveva ricevuto come regalo di compleanno, rendendola il “primo vestito”. Mi ha rubato la passata e ne ha fatto una cintura e si è tirata i capelli in avanti il più possibile.

Quando guardo le foto di quel giorno, ho emozioni confuse. Rimpianto perché l’ho fatta soffrire così a lungo. Orgoglio perché è forte. Rispetto perché è stata una bambina di quella età a insegnarmi l’amore incondizionato. E poi rido, come ho fatto a non capire che era una bambina?

Mentre la mia battaglia personale è stata la scelta di lasciare che Kai, che ora ha 6 anni, transizionasse, il mio più grande ostacolo come donna di fede è stata la persecuzione che ho ricevuto dagli altri Cristiani. Membri della famiglia, amici e membri della congregazione hanno giudicato la nostra famiglia e ci hanno ostracizzato fino al punto in cui stiamo pensando di andarcene. Sono così delusa dell’odio che chiamano “ama il peccatore, odia il peccato”. Non puoi avere acqua dolce e salata dalla stessa sorgente. Ma nonostante l’ignoranza e le parole dolorose degli altri, io scelgo di rispondere con la scienza. Mia figlia è ad alto rischio di suicidio o di essere assassinata in un delitto d’odio.

Ho contornato la mia famiglia con donne e uomini trans che sono leader nella comunità. Incoraggiano Kai ad essere orgogliosa di chi è e delle sue origini. Stiamo costruendo una comunità più forte, insieme. Quando a Kai è stato permesso di essere chi era veramente, è rifiorita. Ho messo le mutandine nel suo cassetto ed è crollata a terra piangendo, abbracciando la mutande e dicendo: “grazie mamma, grazie”. Dopo poche settimane dalla transizione, non raccontava più bugie, non faceva la pipì a letto, non aveva incubi. Ora ho una bambina che è felice, in salute, estroversa, amorosa, bella e dolce e che ama Gesù e i suoi fratelli.

Sì, la sfida dal punto di vista emotivo è stata enorme, ma preferisco affrontarla da sola che delegarla a mia figlia da sola come così tant* bambin* trans devono fare perché i loro genitori non l* lasciano transizionare. Non c’è mai stato un momento di dubbio o rimpianto dopo che ho intrapreso la scelta di far transizionare Kai. Ho imparato troppo sull’identità e sulla fede nell’amare mia figlia per chi è. È una bambina determinata, felice e gioiosa che si aspetta che siano tutti gentili e buoni. È stato il suo spirito tenace che le ha permesso di transizionare così presto. Sa chi è e non ha problemi a fare in modo che lo sappiano anche gli altri.  

Dalla nascita le persone trans non fanno altro che sentirsi dire NO: No a chi sono, no a come vorrebbero vestirsi, no a fare quello che le fa stare bene, no a giocare con i giochi che ritengono più stimolanti, no ad esistere nello spazio pubblico, no al linguaggio che usano per sé. Questa madre ha sottoposto la figlia ad abuso minorile a causa della sua fede finché non si è accorta che le stava facendo violenza. Il lato positivo è il fatto che la figlia fosse così ostinata nel dichiararsi bambina, che le ha permesso di mettere in discussione le sue false credenze.

Non tutt*, tra noi, hanno la forza di sua figlia (né dovrebbero averla, perché denota un abuso) perché non tutt* hanno un’identità di genere binaria e perché in alcuni casi i nostri genitori presentano problemi psichiatrici non diagnosticati che fanno sì che le punizioni a cui ci sottopongono siano tali ed equiparabili a tortura che ci impediscono di reagire.

Inoltre se nel caso di un minore cisgender, chiunque chiamerebbe i servizi sociali se la madre osasse negare l’identità di genere del bambin*, nel caso di minore transgender si tende a giustificare la violenza raccontandola come non-abuso e compatendo la famiglia che si trova ad avere quello che viene definito “problema”.

Come ci si aspetta anche dalle persone trans adulte, si fa carico al minore (una personcina in via di sviluppo con zero potere) di far cambiare idea, ad una famiglia e a una comunità che lo raccontano come il male impersonificato o come un problema psichiatrico da curare. È abbastanza irrealistica come aspettativa, non trovate?

Come noterete, la madre tende a sminuire l’abuso e a ridere perfino di quello che ha fatto, perché a causa della dissonanza cognitiva non può vedersi come madre cristiana caritatevole e come aguzzina allo stesso tempo, né può/vuole prendere piena consapevolezza di quello che ha fatto. Questo è un testo che qualunque assistente sociale che si occupa di minori dovrebbe leggere per capire in che modo angelico, si possa giustificare l’abuso su un minore.

Notate inoltre che se non ci fosse stata una psicologa infantile cristiana ad intervenire, probabilmente sua figlia verrebbe ancora costretta a far finta di non essere chi è. Intervenire quando si testimonia un abuso è fondamentale e tocca alla società civile, non al minore.

Tocca alla società civile creare un ambiente sociale dove bambin* e adult* transgender possano vivere senza timori, senza doversi continuamente giustificare per il fatto di esistere e senza interferenze.

Questo ci fa comprendere che quando trovate un* bambin* che mostra segni di disagio, se siete clinic*, uno dei motivi che dovete esplorare è anche l’identità di genere.

Ci fa capire inoltre che sono molto importanti le voci di dissenso e le persone informate all’interno delle comunità abusanti come quella cristiana che troppo spesso basano il loro pregiudizio su una visione molto parziale e ideologica delle scritture.

Bisogna cominciare a parlare di identità di genere anche in età infantile per farla emergere da quella coltre di abuso con la quale viene velata in una società cis che spesso non pratica nemmeno la propria fede, ma che quando si tratta di puntare il dito è la prima a farsi avanti.

Bisogna sollevare le famiglie dai sensi di colpa e dal senso di inadeguatezza con la solidarietà invece che con il giudizio. Non è colpa di nessun* se siamo chi siamo. Né nostra né dei genitori.

Non sappiamo se il danno che questa donna ha inferto alla figlia sia irreparabile o meno, lo scopriremo col tempo, se diventerà una 40enne depressa e ansiosa. Ci sono pochissimi dati sui figli* transgender ed è un tema relativamente nuovo. Ma ci sono tant* di noi adult* e abusat* per una vita con le stesse giustificazioni che ci hanno portato ad odiare noi stess* anche quando sembriamo funzional*.

Troppi no, che negano una componente così fondamentale come l’identità, portano all’impotenza appresa, alla depressione, ai tentativi di suicidio.

Mi domando quanto debba essere innaturale (visto che spesso questa comunità si difende dicendo che siamo noi innatural*) il tipo di fede che porta ad abusare della propria progenie andando contro ogni istinto parentale che dovrebbe essere quello di proteggere, non di ferire e a lungo andare di uccidere psicologicamente. Spero che da oggi in poi ve lo domandiate anche voi.