Recensione di Butterfly

Repubblica ha di recente pubblicato una recensione di “Butterfly” di Natalia Aspesi (grazie ad Emma per la segnalazione). Butterfly è la nuova miniserie britannica che verrà trasmessa su ITV a partire da stasera e che parla di Max o Maxine, una bambina trans, della sua famiglia e del loro percorso di accettazione della figlia.

La recensione di Aspesi è intrisa di affermazioni discutibili, transfobiche e problematiche già dal titolo: “Max o Maxine, giovane farfalla in cerca di identità“.

Aspesi viene spesso citata come paladina degli omosessuali perché ha contribuito a normalizzare l’essere gay dalle colonne della sua rubrica, e questa comprensione delle tematiche gay le arrivava dall’esperienza personale di aver avuto un fidanzato gay quando i matrimoni di copertura erano cosa normale negli anni ’50.

Purtroppo ci sono ripetute prove che essere omosessuale o gay-friendly non renda immuni dalla transfobia o che non renda automaticamente al corrente delle tematiche trans, anzi, spesso è controproducente, perché si tende a ricondurre l’essere trans alla sessualità piuttosto che ricondurlo all’identità di genere.

Aspesi non fa eccezione e propone questa visione dell’essere trans “genitale-centrica” ripetutamente nel suo articolo tra citazioni di Freud sull’invidia del pene, i rimandi ai genitali e alla nudità delle protagoniste di Butterfly e Girl (qui l’ottima recensione di Girl di Antonia Caruso che affronta la retorica del dolore e l’ossessione dello sguardo cisgender sui genitali delle persone trans) e con affermazioni come “Il nonno più spiccio gli concederebbe di essere gay” che confermano che lei troverebbe Maxine più credibile, se solo la smettesse di dire di essere trans e si definisse gay perché gay rientra nella sua sfera di comprensione e trans no.

Butterfly
Nuova mini serie su ITV, Butterfly. Screenshot del video che mostra Maxine che si guarda allo specchio mentre indossa una canotta rosa.

Max o Maxine non è in cerca di identità: sa benissimo chi è fin da piccola e casomai cerca solo qualcun* che le creda, che validi e supporti quello che dice di essere. La validazione della propria identità di genere avviene in automatico e senza farsi tante domande se sei cisgender: nessun* fa riunioni familiari per mettere ai voti se un bambino possa andare a scuola in pantaloni, nessun* si fa mezzo problema nel dire “ciao bella” ad una bambina o a dirle che un vestito le sta particolarmente bene. Tranne quando si tratta di una bambina o di un bambino o di un bambin* trans o gender variant: in quel caso qualsiasi suo gusto o scelta viene analizzata, soppesata, dibattuta e nessun* ritiene esagerati questi livelli di “preoccupazione” che rasentano la fobia.

Maxine ha solo bisogno di qualcun* che le faccia da specchio per non sentirsi isolata, perché siamo animali sociali e abbiamo bisogno di validazione positiva esterna per sviluppare una sana autostima interna, specialmente durante lo sviluppo. Ma questa comprensione per le persone trans è complicata da ottenere in primis dalla propria famiglia, dalle relazioni primarie di cura, dalle persone che dovrebbero proteggerci e supportarci senza se e senza ma, perché crescono in una cultura occidentale e nello specifico italiano, cattolica, che racconta il corpo come equivalente dell’identità di genere in maniera univoca e binaria e con una fissazione particolare sui genitali e sulla funzione riproduttiva. Una cultura che racconta bambin* o persone come Maxine come un problema, sbagliat*, complicat*, innatural*, non credibil*.

Questa visione culturale unita alla mancanza di supporto dalla società civile contribuisce a rendere la loro vita più complicata e difficile di quella che potrebbe essere, perché sono semplicemente bambin* e essere trans è una condizione casuale di nascita come essere cisgender, non una colpa.

Aspesi rende Maxine non credibile, raccontandola solo al maschile in tutto il suo articolo e infantilizzandola attraverso i diminuitivi e qualche dispregiativo: ragazzetto, piccolino, bruttino. Facendola apparire come un’eccezione che conferma la norma, attraverso termini come straordinario, impensabile. Interpretando il metodo di aiuto ritenuto dai maggiori specialisti a livello internazionale come il più efficace e reversibile, ovvero i bloccanti ipotalamici, come metodo che fa un po’ impressione (mentre a quanto pare i tassi di suicidio e autolesionismo di questa popolazione non le fanno altrettanta impressione).

Cita statistiche discutibili per giustificare la mancanza di supporto (“casini difficili da affrontare“) che sarebbe invece considerato sacrosanto se non ne parlassimo in questo modo e non ci fosse questa fobia sul tema. E soprattutto confonde una bambina trans con un* bambin* gender variant . “La regola generale per capire se un* bambin* è transgender (piuttosto che gender variant) è la coerenza, l’insistenza e la continuità della propria identità trans” ci dice All About Trans basandosi sulle ricerche più recenti in merito.

E conclude in bellezza chiamando maschietto sbagliato  la figlia ventenne di Susie Green, con quel mix di misgendering, transfobia, ageism e sessismo (mai sentito parlare di femminucce sbagliate) che fa da ciliegina sulla torta ad un pezzo  transfobico.

Un consiglio alle testate come Repubblica? Non fate recensire le trasmissioni con protagoniste trans alle persone gay-friendly o gay: date voce alle persone trans (conosco solo un giornalista trans e molt* di noi sono sottooccupat* e disoccupat*) se lo scopo è apparire trans-friendly. Se invece volete fare disinformazione sulla pelle di bambin* e adolescent* trans e gender variant, non potrete che trovare una ferma opposizione da questa pagina.

Abbiamo tradotto e integrato i consigli per la copertura mediatica di “Butterfly” di All About Trans e sono scaricabili in pdf qui.

Buona visione a chi lo guarderà stasera.