Rappresentazioni sociali

 

La psicologia sociale e la sociologia (consiglio la lettura di “Diversità culturali” di Xenia Chryssochou) ci dicono che attraverso l’appartenenza e l’identificazione ad un gruppo sociale, si plasmano anche le identità personali e che, viceversa, l’identità personale e il proprio senso di autoefficacia, autostima e la propria motivazione è fortemente legata allo status del proprio gruppo sociale e alle condizioni ambientali in cui si vive.

Ciò che pensiamo di essere influenza il modo in cui vediamo il mondo. Allo stesso tempo il modo in cui vediamo il mondo influenza il modo in cui vediamo noi stessi. (Chryssochoou 2004:17)

Gli appartenenti a gruppi sociali dominanti avranno più facilità ad avere  una buona autostima e senso di autoefficacia rispetto ad appartenenti alle minoranze, perché quest* ultim* esperiscono minacce sotto forma di svalutazioni alla propria identità continue nel quotidiano.

Qui il focus è sulla rappresentazione delle persone trans e genderqueer e i vari modi in cui la società svaluta queste popolazioni, per prevenirli.

La svalutazione promuove e conferma (laddove siano già negative) percezioni distorte, pregiudizi, giustificazioni alla violenza. Tutto questo ha conseguenze non solo sulla vita e sulla salute delle persone singole ma anche a livello collettivo di gruppo di appartenenza.

Le conseguenze della discriminazione, della violenza, dell’ostilità più o meno aperta sono definite in economia “esternalità” perché il loro costo è nascosto ma ritorna a carico di tutta la collettività sia in termini di “guadagni” mancati (in tutti i sensi non solo quello economico visto che la vita non è solo lavoro), sia in termini di “costi” (di nuovo non solo in senso economico).

Discriminare costa. Lo hanno ripetutamente dimostrato economisti e sociologi. Lo si sa dal 1957 quando Gary Becker scrisse “The Economics of Discrimination“.

Costa perché essere oggetto di svalutazione, discriminazione e violenza di solito non è un atto subito singolo e isolato ma si inscrive negli ambiti quotidiani (casa, scuola, lavoro, tempo libero) e viene ripetuto nel tempo e spesso giustificato o scusato dalla maggioranza.

Costa perché impedisce lo sviluppo del pieno potenziale della persona non solo inteso come potenziale lavorativo. Amartya Sen la chiama capability, un mix tra capacità e abilità. Costa perché quando il pregiudizio giustifica la violenza fisica e/o psicologica, dà un alibi a chi è frustrato per scatenarla sentendosi nel giusto e dall’altro chi la subisce si trova danni fisici e/o psicologici che in stati come quello italiano ricadono sulla collettività, essendo la sanità pubblica.

I costi di salute mentale sono ostacoli a lungo termine per la propria realizzazione e l’accumularsi della violenza ha inevitabili conseguenze anche sulla fiducia nelle istituzioni, nello stato e nella politica.

Una persona che si sente parte integrante di una società o che vede quella società come un posto dove crescere non va all’estero a portare i suoi “capitali” ma rimane a contribuire, non abbraccia la criminalità, non si sente un danno collaterale ma sa agire per migliorare la sua posizione sociale.

La violenza che chi è transfobico mette in atto nel privato o nel pubblico, la paghiamo tutt*.

Creare una società più giusta e meno apertamente discriminante contribuisce a creare uno stato più forte dove i gruppi sociali sono più solidali.

E per alcune persone si aggiungono allo stigma altre categorie target di pregiudizio: sessismo, razzismo, abilismo, pregiudizio contro il sex-work, classismo etc.

Nel caso delle persone trans (e omosessuali, bisessuali, asessuali etc.), le famiglie possono essere la prima fonte di svalutazione.

Il famoso minority stress altro non è che la risposta fisiologica a queste continue svalutazioni e a questo non avere una comunità di appartenenza che sia vocale e presente e vicina durante lo sviluppo, quando si forma la propria autostima e nel quotidiano. Non serve che ripeta quanto la ripetizione fa percepire come normalità la violenza. Vale sia per l’omosessualità che per le persone transgender.

Non solo, gli appartenenti a gruppi sociali dominanti (in questo caso specifico mi riferisco alle persone cisgender) avranno la capacità e i mezzi per raccontare le minoranze (e in questo caso specifico mi riferisco alle persone transgender) interpretandole positivamente o negativamente.

Per questo c’è bisogno di persone trans nei media che rappresentino la propria comunità e diano voce alle problematiche di cui sono al corrente meglio di qualunque persona cisgender che le interpreta dalla sua ottica limitata e slegata dall’esperienza quotidiana.

Le interpretazioni negative, inoltre, dipendono da quanto le persone trans vengono percepite come una minaccia per il proprio status e per la propria identità (e da quanto fa comodo politicamente usarle come capri espiatori).

Non è un caso che la legge che è a tuttoggi vigente e ormai obsoleta, la 164/1982, sia stata passata da un governo a maggioranza democristiana, perché in quell’epoca la popolazione transessuale era pensata come irrisoria a tal punto dal poterci concedere una delle prime leggi europee in materia.

Non è un caso, per esempio, che abbia preso campo una futile crociata contro il gender  e allarmismi nei confronti dei numeri di giovan* persone trans da qualche anno a questa parte, inventandolo come un pericolo per l’identità della maggioranza in concomitanza con l’aumento dei diritti e della rappresentazione positiva e variegata della popolazione LGBTIPA.

Non è un caso che siano bastate due diciture amministrative come genitore 1 e genitore 2 a mettere in crisi le identità genitoriali di madri e padri eterosessuali toccati nel vivo dal non avere più l’esclusiva sulla genitorialità e dall’esistenza della diversità genitoriale portata dalle tecnologie riproduttive.

La presunta complementarietà procreativa (che è venuta meno con le tecnologie riproduttive recenti) viene usata come scusa per soggiogare  i corpi con utero cisgender eterosessuali (consiglio a proposito la lettura di “Diventare uomini” di Lorenzo Gasparrini e di “Maschilità” di Raewyn Connell), mentre il binarismo cancella tutte le sfumature dei marker del sesso e l’esistenza delle persone intersex.

Le persone intersex ancora oggi subiscono chirurgie “riparative” in età in cui non hanno ancora sviluppato il linguaggio e quindi non possono nemmeno protestare, e queste chirurgie servono a rassicurare la maggioranza della credenza errata che esistano solo maschi e femmine e che una persona possa essere felice solo se se finge di essere cisgender.

Il binarismo di genere si basa sull’essenzialistica identificazione con i propri genitali/cromosomi. Ridursi a peni/vagine è quantomeno svilente per l’esperienza vissuta di chiunque. È indubbio che i genitali abbiano un qualche ruolo nell’identità delle persone cisgender eterosessuali ma da lì ad identificarcisi in maniera ossessiva e al pensare di essere i soli al mondo ne passa.

Mi piace immaginare che abbiate una vita ricca e che non siate 24 ore su 24 i vostri genitali, ma menti pensanti con un corpo che ha anche un pene, una vagina o tutte e due e che potete scegliere di usare o meno per farci quello che volete nei limiti del lecito. Menti pensanti che hanno dei cromosomi, e che possono essere influenzate ma solo in minima parte dalla quantità e dal tipo di ormoni in circolo.

Chi dice che non si può essere uomini senza un pene e donne senza una vagina o con determinati cromosomi sostanzialmente pensa che questa mia innocente aspettativa sia irrealistica e vuole darvi l’impressione di essere i vostri peni/vagine e poco più. Se venire sviliti così vi va bene, de gustibus.

Se viene meno la distinzione tra gruppo dominante e gruppo dominato, chi domina si sente deprivato dei suoi “privilegi” (relativi si intende, e di nuovo invito a leggere i libri di cui sopra per capire come le maschilità e di conseguenza i privilegi e il potere nel rivendicarle siano tutt’altro che uniformi).

Finora le persone transessuali si sono fatte accettare dalla maggioranza cisgender (soprattutto in Italia) integrandosi o fingendo di integrarsi nelle identità binarie uomo/donna e performando una (spesso temporanea e fittizia perché le richieste sono stereotipiche e quindi assurde) sottomissione all’autorità medica che attraverso pratiche di gatekeeping (una sorta di cernita delle persone che meglio interpretano il ruolo sociale binario) dispensando o negando l’accesso alle “cure” sulla base di statistiche di suicidi successivi.

Ci sono state donne trans che hanno assunto antidepressivi per anni, vedendosi negate l’accesso alla transizione perché allo psichiatra non sembravano stereotipicamente femminili e dipendendo dalla famiglia non potevano permettersi che quella via. Se come giornalisti vi deste la pena di conoscere e intervistare le persone trans, invece di distorcere le notizie estere per crearne capri espiatori, ne sentireste diverse di queste storie.

Il processo è del tutto simile a quello di qualsiasi minoranza migrante. Arrivi ai limiti del gruppo dominante e puoi cercare di farti assimilare (negare la tua cultura precedente e seguire le regole della nuova cultura maschile o femminile cisgender) o integrarti (mantenere parte della tua cultura di provenienza e integrarla con la cultura dominante).

Come persone transgender abbiamo anche una sub-cultura nostra (che spesso non è conosciuta in quanto marginale) e che è stata fatta da persone che in tutte le epoche e le culture si sono affermat* a prescindere che la cultura dominante le valorizzasse o meno e a prescindere che ne sia rimasta traccia o meno.

“Potrebbe sembrare ovvio che le persone tentino di adottare strategie tali da superare situazioni in cui vengono svalutate. Tuttavia, talvolta i membri di gruppi culturali non dominanti accettano una posizione di minoranza e considerano il gruppo dominante come effettivamente superiore.

Se le persone realizzano che il loro gruppo è deprivato nel suo insieme, questo sentimento può essere una potente motivazione per proteste e mobilitazioni” (Chryssochoou 2004:30)

Per ora le proteste e le mobilitazioni sono arrivate solo per la carenza di ormoni, non per una nuova legge che è obsoleta, non per il gatekeeping e l’eccessiva “prudenza” dei medici, non perché la destra e l’integralismo cattolico mettono in atto azioni intimidatorie nei confronti dei medici preposti a fornire i servizi per i minori.

I professionisti non protestano perché prendere una parte potrebbe svalutare la loro professionalità e credibilità, ma anche perché le persone trans non protestano a loro volta, convinte che i professionisti stiano facendo del loro meglio (e in tutta onestà in alcuni casi ho dei seri dubbi) per timore di vedersi negato l’accesso alla transizione.

Non è mai il momento per rivendicare i diritti trans. Quando c’è la sinistra al governo non si può perché si risentono i cosiddetti moderati, quando c’è la destra ci sono altre priorità come evitare un ritorno al fascismo. Non ho mai visto un gruppo sociale ottenere qualcosa finché non lo rivendica.

Cominciamo a rivendicarli questi diritti come fronte unito che unisca tutt*, anche le persone non binarie come avrebbe voluto Marsha P. Johnson (lei e Mieli erano personaggi scomodi che dicevano cose scomode e hanno fatto cose scomode). Poi quando la situazione politica lo permetterà, li otterremo.

Ma se non cominciamo mai a rivendicarli, non li otteremo mai. È successa la stessa cosa con le unioni civili. È dal 1994 che sento affermazioni sul fatto che il matrimonio sia un’istituzione obsoleta, e per quanto possa anche essere d’accordo a livello teorico, il livello pratico è un’altra cosa. Si tratta di un chiaro discorso da volpe con l’uva. Se non si vuole vivere in comunità isolate e ai margini della società, avere dei diritti come coppie è importante sia per chi ha figli (da relazioni precedenti o meno) che per chi non li ha, perché viviamo in una società omofobica e avere una carta che mi dice ufficialmente che quel nucleo familiare è legittimo e riconosciuto ha una forte valenza simbolica e pratica al di là di cosa si pensa personalmente dell’istituzione stessa.

Per la parità ci vogliono i diritti e per avere diritti ci vogliono le leggi e per avere le leggi ci vuole movimentazione politica.

Siamo pront* a chiedere una nuova legge che includa anche i diritti delle persone non binarie? Che tuteli le persone trans che si prostituiscono? Che condanni la transfobia sia nei discorsi che nella violenza agita? Che ci permetta di cambiare nome senza sentenze del tribunale, con un semplice atto amministrativo almeno una volta nella vita visto che il nome e il “sesso” (che poi è un’imposizione di un ruolo sociale) ci vengono imposti in un momento in cui non siamo in grado di manifestare il nostro assenso? Che ci permetta di autodeterminarci nella transizione e che non associ in automatico sofferenza psicologica ed essere trans costringendoci a “terapie” e controlli psichiatrici che sono farse, in quanto imposte? Che abbrevi l’iter invece di allungarlo?

Intanto la “sinistra” se vuole la nostra collaborazione deve cominciare a promettercela questa legge. Gli unici che si sono mostrati aperti alle nostre istanze  in questo senso sono i deputati di Possibile con Gianmarco Capogna che ha fatto sue le istanze del gruppo Trans sugli ormoni.

Saremo una minoranza ma una minoranza arrabbiata e consapevole può portare più danni di qualsiasi maggioranza soggiogata e compiacente e a mio avviso non esiste un periodo migliore di ora per cominciare a protestare. Cominciamo a diventare interlocutori politici, non dentro i partiti ma fuori, con cordoni rumorosi davanti ai luoghi dove si pratica gatekeeping, di fronte ai centri per l’impiego, negli ospedali, di fronte alle chiese, di fronte alle redazioni dei giornali che ci sviliscono, di fronte ai tribunali con proteste pacifiche e irriverenti rimanendo nella legalità ma passando il messaggio che esistiamo e che non ci stiamo più a farci trattare così. Minoranza non vuol dire essere scem* e sottomess*.

In questo senso vi invito a vedere cosa ha potuto fare un movimento come IWGB nel Regno Unito. Erano lavoratori di ditte esterne che facevano le pulizie nelle università, quasi tutti immigrati sudamericani, polacchi e stigmatizzati come persone che vengono a rubare il lavoro. Venivano sottopagati e costretti a lunghe trasferte tra un luogo di lavoro e un altro. Hanno combattuto il loro senso di impotenza e si sono uniti. A causa della povertà in cui versavano, stavano tutto il giorno fuori in giro sugli autobus perché non potevano permettersi di prendere la metro per lavorare qualche ora qua e là.

Hanno cominciato come parte di Unison, il sindacato di sinistra. Poi il sindacato stesso gli è andato contro per non inimicarsi la dirigenza nelle università. Alla fine hanno creato un loro sindacato e si distinguono perché fanno proteste creative e rumorose. Si mettono di fronte all’università con cordoni, urlano slogan e alternano le rivendicazioni con fischietti e tamburi, hanno fatto un video in cui sono entrati in costume all’università per chiedere le ferie anche per i lavoratori outsourced.

Hanno sensibilizzato e coinvolto gli studenti e il personale di sorveglianza che partecipano alle loro rivendicazioni. Hanno ottenuto la living wage di 10 sterline l’ora e le ferie che prima le ditte esterne non gli davano. Stanno lottando per far stipendiare i lavoratori direttamente dalle università e dargli le stesse condizioni degli altri lavoratori all’interno dell’università.

Non siamo l’unica minoranza ad essere discriminata, ma abbiamo delle richieste specifiche ed è ora di metterle per scritto e di portarle avanti.

Vivere con il terrore di perdere le briciole che ci vengono date equivale a non vivere. Oggi i mezzi di comunicazione si sono moltiplicati e non siamo silenziabili facilmente come un tempo anche se non abbiamo voce sui maggiori quotidiani. Inoltre a furia di farsi piccol* si finisce a venir schiacciati tra martello (una sinistra che non si prende le sue responsabilità) e l’incudine (una destra dilagante grazie alla crisi economica e a narrative che fomentano la guerra tra poveri). Non esiste un momento migliore di adesso per chiedere ed ottenere diritti.

Le cose si ottengono solo quando si è pront* a perderle e dispost* a lottare per ottenerle.

Nel Regno Unito il matrimonio omosessuale l’ha concesso un governo conservatore reclamandolo come un’istituzione conservatrice e l’ha usato come token per azzerare il welfare portando una quantità sproporzionata delle persone disabili a suicidarsi (tanto che esiste una interrogazione delle Nazioni Unite in merito). Bisogna evitare una cosa del genere, perché siamo al corrente dell’intersezionalità e dello stigma multiplo che molti di noi esperiscono. Ma può evitarlo solo una sinistra che riconosce i suoi errori e che propone qualcosa di sinistra invece di cercare di attirare un elettorato che cerca capri espiatori per la propria, in alcuni casi sacrosanta, frustrazione o che si prodiga solo a sembrare moderata. Non sono momenti in cui si può stare con i piedi su due staffe.

È inutile glorificare e santificare Marsha P. Johnson e Mario Mieli (che ricordo, si è suicidato e non era propriamente amato dai contemporanei all’epoca) e poi lasciare che i professionisti impediscano l’accesso ai servizi di transizione a persone asperger, ADHD, a chi ha subito traumi etc. perché è abilista e va contro quello che Johson e Mieli auspicavano.

Occorre sollevare i professionisti dalla responsabilità di quello che fanno le persone trans dopo la transizione (la paura che si suicidino e che la responsabilità ricada su di loro è una pressione importante e lo comprendo) e responsabilizzare la società ad accoglierle in ogni luogo in cui potenzialmente interagiscono. Questo compito non può ricadere solo sui professionisti che forniscono il servizio, spesso con grosse difficoltà per il carico di lavoro che hanno.

Allo stesso tempo, non è tollerabile silenziare una parte crescente della comunità perché scomoda, perché una persona Asperger o ADHD, CPTSD e via dicendo non si conforma all’essere cisgender in modo binario, non racconta narrative binarie, non fa comunità come si aspettano tutt* o semplicemente perché ha un’espressione di genere non binaria a prescindere da come si sente.

Purtroppo queste rivendicazioni mi vengono dall’esperienza personale: faccio parte della società, non mi colloco al di fuori anche se spesso mi viene voglia di isolarmi per il senso di impotenza dilagante che provo. Faccio parte della comunità trans, non mi colloco al di fuori. Sono ADHD e ho subito violenza, ma non vuol dire che non sono in grado di sapere di cosa ho bisogno sempre e comunque. Anche perché prima di arrivare a formularli quei bisogni sono passati anni in cui ho accettato di tutto e non avrei dovuto.

Non mi meritavo di essere spint* al suicidio perché sono lontano anni luce dalla perfezione cisgender e perché non sono stat* rassicurante per i professionisti nel momento in cui stavo male e non avevo i soldi per autodeterminarmi. Nessuna persona trans se lo merita. Collaboriamo per abolire il gatekeeping, perché uccide. Collaboriamo per rendere mainstream la consapevolezza che la transfobia uccide, le percezioni distorte delle persone trans uccidono e per trovare un modo di mettere in pratica nel quotidiano questa consapevolezza, perché il passo tra sapere e agire non è sempre immediato, specie per chi ha subito violenza.

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