Campagna di prevenzione del suicidio e degli abusi

Selfie di Leelah Alcorn, suicida a 17 anni. Nella sua nota suicidiaria Leelah ha scritto: “Voglio che qualcuno guardi a quel numero [dei suicidi di persone trans] e dica: “fa schifo” e provi a porre rimedio”.
C’è una fetta della psicologia e della psichiatria che dagli anni ’50 si preoccupa più dei timori dei genitori transfobici che della vita de* loro figli* mettendol* a rischio di suicidio. E che lo fa scoraggiando la persona trans dal dirsi trans. È delirante pensare che reprimere qualcun* non abbia conseguenze sulla sua salute mentale, ma di “cure” non solo deliranti ma anche psicopatiche, ce ne sono state tante dal dopoguerra ad oggi, tutte nel “civile” occidente e tutte nei confronti di persone gay, bisex e trans.

Per esempio nel libro “I movimenti omosessuali di liberazione” di MariaSilvia Spolato (che fu licenziata per essere lesbica e ha vissuto per strada quasi fino alla morte) a cura di Asterisco Edizioni con prefazione di Elena Biagini (la cui lettura consiglio caldamente), c’è un capitolo intitolato “Dachau in USA“.

Nel capitolo si dettaglia come all’Atascadero State Hospital in California i “pazienti” gay (che oggi sappiamo non essere malati di niente) venissero non solo privati dei diritti e della libertà ma anche sottoposti a varie forme di tortura e talvolta anche uccisi per sperimentare cosa potesse modificare il loro comportamento.

Le “cure” si rifanno al comportamentalismo, una corrente psicologica il cui padre, B.F. Skinner, vedeva come necessario l’ottenimento di un comportamento conformista e uniforme nella società e che credeva che per ottenerlo la manipolazione di massa fosse necessaria (si legga “Beyond freedom and dignity” se interessa il tema).

Una tra le torture descritte nel libro della Spolato è quella della somministrazione della succinilcolina. “Quando la droga comincia l’effetto, la vittima perde il controllo di tutti i muscoli, compresi quelli necessari per respirare, ma rimane la coscienza […] Allora un tecnico comincia il lavaggio del cervello alla vittima. Il dottore fa in modo che la vittima possa mettere in connessione il comportamento che le viene rimproverato con il senso di morte appena percepito in modo tale che si trattenga da tale comportamento in futuro”. L’effetto della sostanza dura in media 5-10 minuti ma può durare più a lungo nei casi in cui ci siano alterazioni enzimatiche.

Le persone trans, come quelle gay, sono state sottoposte in questi “lager” e nei manicomi per diversi decenni a tutta una serie di torture tra cui elettroshock, lobotomie, shock insulinici, castrazione etc. Da un punto di vista relativo serviva a modificare il comportamento ma da quello assoluto serviva a dimostrare che l’essere omosessuale, bisex e trans non fosse innato e quindi che si potesse “educare” le persone a non essere chi sono e a non essere attratt* da chi sono attratt*. Gli sforzi sono stati inutili. Sebbene si possa convincere una persona a fingere per un certo periodo di non essere chi è per paura (o forse sarebbe meglio dire terrore), alla fine l’identità e/o l’orientamento sessuale riaffiora e lo fa con tutta una serie di problematiche in più per la repressione.

Non si pensi che il fenomeno sia circoscritto agli Stati Uniti, senza andare oltreoceano basta ricordare tra gli altri, il caso Braibanti e di come lui fu accusato di plagio e dovette scontare due anni in carcere mentre il suo compagno fu sottoposto ad elettroshock e a shock insulinici da un padre psicopatico.

Questo lungo preambolo per far comprendere che in quanto persone appartenenti alla comunità LGBTI+ abbiamo una storia e un bagaglio di trauma, oppressione e repressione psicologica, psichiatrica e fisica alle spalle non indifferente e che ci è stato imposto da famiglia, Stato, istituzioni dicendo che lo si faceva “per il nostro bene”.

Se il riconoscimento da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ICD-11, ha reso chiaro che essere trans adult* non è riconducibile ad una patologia e che quindi non si può curare, il discorso non vale ancora per chi maggiorenne non lo è perché si trova sotto la patria potestà familiare. A maggior ragione se i genitori sono transfobici o ignoranti o vengono consigliati da persone senza scrupoli che pensano che l’identità di genere si possa curare.

Il tasso dei suicidi di persone trans nel mondo si attesta tra il 32% e il 50% circa. È di gran lunga più alto del resto della popolazione cisgender e non dipende dall’aver rivelato di essere trans o meno o dall’aver transizionato o meno. Si accompagna a tassi altrettanto alti di tentativi di suicidio, pensieri suicidari, automutilazione, abbandono scolastico, essere senzatetto.

I fattori di riduzione del rischio di suicidio sono:

  • Forti relazioni di supporto con la famiglia e gli amici
  • Transizione medica completata
  • Auto-accettazione e auto-consapevolezza
  • Accesso alla sanità che affermi la persona trans (no protocolli lunghi e tortuosi)
  • Non avere accesso a mezzi letali (armi, medicine…)
  • Accettazione da parte di chi circonda la persona trans del proprio nome e pronomi (e la possibilità di averli sui documenti)

È quindi necessario lanciare una campagna per combattere principalmente l’abuso minorile (che talvolta si protrae in età adulta sotto forma di ricatto economico) e prevenire il suicidio che tenga conto di questi fattori e che si rivolga prima di tutto alle famiglie, ma anche ai professionisti e alla politica.

Le famiglie, in particolare le famiglie informate sui fatti che non si lasciano manipolare da chi vuole usare i figli* come capro espiatorio, sono un fattore protettivo importante.

Le famiglie sono un ambiente dove vengono formate le prime relazioni, dove la persona impara a relazionarsi con il mondo e a sviluppare l’affettività (). I genitori hanno un ruolo cruciale per promuovere il benessere e l’autostima ()”. Ma hanno un ruolo ancora più importante nell’affermare il genere della persona trans e gender-nonconforming a causa di tutta la negazione che questa popolazione deve subire anche altrove (scuola, lavoro, sport, istituzioni etc.).

Sui media si usano le foto prima/dopo la transizione per dimostrare che non siamo chi diciamo di essere, è una forma di umiliazione e di attacco alla dignità della persona trans e della sua esperienza disconoscendone tutto il vissuto, la violenza che ha dovuto subire, gli ostacoli che ha dovuto superare per arrivare ad essere e ad affermarsi per chi è senza farsi vincere dalla disperazione.

Ho usato la stessa tecnica reclamandola per portare alla luce gli abusi che dobbiamo subire perché non veniamo riconosciute e accettate come persone trans fin da piccole.

Come ho spiegato in un’intervista su negzone, “Sembra che una persona trans si materializzi dal nulla, già adulta. Sembra che non abbia storia e così si invisibilizzano tutti gli ostacoli che la società, le istituzioni, la famiglia ci mette.

I genitori, quando va bene, tendono ad ignorare i segni che i bambini possano essere trans finché non diventano suicidari in adolescenza ed è spesso troppo tardi.

Quando va male, si adoperano attivamente per sopprimere qualsiasi espressione della persona trans, venendo spesso sostenut* da personalità e testi religiosi e da alcun* professionist* che propongono “terapie” riparative come “aiuto”. Non è aiuto: è abuso. È necessario renderle illegali anche in Italia e occorre che porti a radiare dagli albi chi le mette in atto“. Ci sono eccezioni, per fortuna.

A destra foto infantile sulla spiaggia, a sinistra foto adulta di Storm Turchi, editor di Trans Media Watch Italia e persona non binaria.

C’è bisogno di comprensione e consapevolezza. Da un lato non è necessario criminalizzare le famiglie se non comprendono immediatamente, dall’altro devono essere consapevoli delle potenziali conseguenze.

È normale che ci voglia del tempo per venire a compromessi con l’identità di un* figli* che non è come si credeva. Ma allo spesso modo, il tempo è talvolta anche il fattore cruciale tra la vita e la morte perché non si è voluto vedere fino a quel momento chi era o si è repressa l’identità del figli* troppo a lungo.

Jayden Lowe, suicida a 18 anni perché dopo aver atteso 1 anno nelle liste dei minori per ricevere servizi salvavita, una volta divenuto maggiorenne avrebbe dovuto attendere altri 2 anni.

Le tappe ricalcano un po’ quelle di qualunque processo di lutto (spiegate per la prima volta da Elizabeth Kubler Ross nel famoso libro “La morte e il morire”) tenendo a mente la specificità dell’identità di genere.

  1. La prima tappa include accettare sensazioni di shock, tradimento, confusione
  2. La seconda tappa comporta stress e conflitto nel comprendere la realtà della varianza di genere
  3. La terza tappa è la negoziazione, dove la famiglia discute le sfide, comincia ad accettare la realtà e rilassa le regole
  4. La quarta tappa consiste nel trovare un equilibrio, è un periodo in cui non c’è più bisogno di aver segreti e la famiglia non esperisce più turbolenze o la necessità di negoziare la differenza, che è un segnale per la risoluzione ().
Giuseppe, persona non binaria. Suicida a 20 anni. I genitori avevano confuso l’identità di genere per una malattia e si erano rivolti a professionisti che non l* hanno compreso e l* hanno fatto sentire sbagliat*.

Ma ci sono anche famiglie fondamentaliste, che non vogliono saperne di capire. Che vogliono solo azzerare il/la/u figli*. Che non migliorano col tempo. Da questo tipo di famiglie non si può che proteggersi. Fuggire, farsi aiutare altrove (preferibilmente una realtà LGBTQI+), evitare qualsiasi contatto, tagliare i ponti prima possibile. I danni che fanno sono estremi, specie se si coadiuvano con professionisti senza scrupoli e che vanno contro ogni linea guida per interessi politici, per far credere loro che esista una “cura”.

Sarebbe bello se da questa campagna emergessero le voci di tutte le persone trans e delle loro esperienze, sia negative che positive per i seguenti motivi:

  • Dare speranza a chi non sa oggi se dire o meno alla famiglia che è trans
  • Mettere in guardia e in salvo chi è oggettivamente in una relazione familiare tossica
  • Rendere consapevoli le famiglie delle conseguenze delle loro azioni
  • Rendere consapevoli le istituzioni e la politica che i bisogni e la salute delle persone trans, non-binarie, gender non-conforming non si possono rimandare perché rimandarli ha conseguenze disastrose e sta alla società creare un ambiente accogliente anche per loro

Le storie dietro ogni foto sono sulla pagina Facebook di TMW Italia.

L’invito che rivolgo alle associazioni trans e alle persone trans è di unirsi alla campagna e/o inviare le loro foto prima/dopo per dare visibilità sia all’abuso (chiamandolo per quello che è) che alle storie positive e a quelle che prima non lo erano ma che col tempo lo sono diventate.

Che la supplica di Leelah Alcorn non cada nel vuoto.