Narrazione e conseguenze

Foto aerea di Machu Picchu in Perù di Babak Fakhamzadeh

Vorrei proporre un caso che ha presentato sfaccettature tali nella sua copertura giornalistica da diventare un esempio perfetto delle varie possibilità di narrazione (e delle loro diverse conseguenze) quando si tratta di persone trans.

Parlare in un certo modo piuttosto che in un altro di una categoria, cambia la percezione sociale della stessa.

Il caso in oggetto riguarda una donna trans peruviana, Marisol, che è stata trovata morta sull’A4 tra i caselli di Verona Est e Sud e investita da almeno due macchine. 

Di seguito le 4 fasi della copertura:

  1. Donna
  2. Trans
  3. Deadname
  4. Ipotesi sulla morte

In tutte queste fasi c’è stata la possibilità di rappresentare Marisol in modo rispettoso e corretto. Qualche testata l’ha fatto, la maggioranza no.

Quelle poche che l’hanno fatto, verranno prese ad esempio per auspicare una rappresentazione etica delle persone trans in futuro.

Fase 1: donna

I primi titoli escono il 07/12/2019 quando ancora non era chiaro che si trattasse di una persona trans (perché non è sempre deducibile dal nostro aspetto che siamo trans). Di seguito uno screenshot dell’articolo dell’Ansa:

Screenshot del titolo Ansa: Cammina lungo A4, donna travolta muore

 

Le variazioni dei titoli locali erano minime. Si parlava sempre al femminile e sempre di donna e si diceva che camminava in autostrada.

Fase 2: trans

Sempre il 7/12 si scopre la donna è trans e la stampa quasi all’unanimità ha cominciato a parlarne al maschile.

Tra le testate di spicco in evidenza il Corriere con un articolo di Francesco Sergio dove Marisol è stata definita “l’uomo” (come sempre nessun link ad articoli transfobici, solo screenshot parziali).

Screenshot titolo Corriere: in evidenza una desinenza al maschile e la parola uomo.

 

La rappresentazione migliore è stata portata avanti da Alessandra Vaccari dell’Arena, che ne ha parlato al femminile definendola “la/una transessuale” e “la/una trans” (“donna” era sparito).

Screenshot titolo Arena: A piedi in autostrada Travolta e uccisa da un’auto in corsa

L’unico appunto che si può fare all’articolo dell’Arena è che transessuale e trans sono aggettivi. È curioso come quando si parla di donne cisgender si dà per scontato che siano cisgender, ma quando si parla di donne trans/transessuali sembra che non si possa dare per scontato nemmeno una volta in un articolo che siano trans e prevale l’aggettivo (come sono) mentre sparisce il nome (cosa sono). Aggiungere donna oltre a trans/transessuale è una buona pratica anche se l’articolo è già un esempio positivo così.

Fase 3: deadname

La polizia identifica Marisol e cominciano gli articoli con il deadname (il nome assegnato alla nascita).

Vi risparmio quelli in cui se ne parla al maschile (sempre troppi) per segnalare due esempi positivi e due problemi legati al nome alla nascita (deadname)

TG Verona (autor* ignot*) definisce il suo nome eletto “soprannome”

L’Arena (sempre Alessandra Vaccari) usa “si faceva chiamare” per il nome eletto e “si chiamava” per il deadname.

L’aspetto legale di poter cambiare nome non è trascurabile perché essere chi diciamo di essere (come ci facciamo chiamare) ha un impatto enorme sulla nostra credibilità.

Per cui declassare un nome che usiamo tutti i giorni e che è l’unico che ci rappresenta come “soprannome” e “si faceva chiamare” equivale e sminuire la nostra esperienza quotidiana e la nostra dignità.

Come ho già scritto, questa è una forma di strumentalizzazione del passato che serve ad invalidare sia l’identità che la dignità della persona riportandola continuamente ad un atto di violenza quale quello dell’assegnazione di un nome alla nascita che non coincide con la sua identità.

Inoltre le procedure per cambiare il nome legalmente non sono mai semplici, veloci o gratuite per cui ne deriva che anche chi ha i mezzi economici e la possibilità di andare in tribunale a cambiare nome legalmente possa dover aspettare anni.

Vorremmo chiamarci con i nostri VERI nomi e avere i nomi giusti sui documenti perché ci complica la vita inutilmente quando non ce la rende pericolosa, ma ce lo rendete il più difficile possibile e in alcuni casi (per esempio per le persone non binarie) impossibile. 

Un esempio di buona pratica in questo senso è quella dell’articolo più recente di Verona Sera autor* ignot*.

Screenshot articolo Verona Sera: in evidenza “nome scelto” e “nata col nome di”

Qui viene usato “nome scelto” e “nata col nome“. Se proprio non si può fare a meno di tirare in ballo il deadname, almeno lo si può citare solo una volta come fa questo articolo utilizzando il femminile. Nell’articolo inoltre si parla di Marisol come si parlerebbe di una donna cisgender, usando ripetutamente il suo nome, donna e il femminile. La ripetizione del nome aiuta a farla percepire come una persona, ci ricorda che era umana, che poteva trattarsi della nostra vicina. Ci permette di provare empatia nei suoi confronti. La ripetizione del femminile è importante per solidificare il rispetto di chi era.

Questo mi sembra un articolo esemplare di come potrebbe essere una buona copertura giornalistica se solo la si volesse mettere in atto.

Una via di mezzo che metterebbe d’accordo i bisogni giornalistici (riportare i “fatti” e quindi mettere il deadname) e quelli delle persone trans.

Fase 4: ipotesi sulla morte

Spuntano ad un certo punto tesi varie sulla morte di Marisol perché rimane un mistero il fatto che sia stata trovata (se ho capito bene) sulla corsia di sorpasso.

– Ci si chiede se era già morta o se è stata gettata in A4. Si esclude così che possa trattarsi di un suicidio e che abbia voluto uccidersi.

– Ci si chiede se stesse scappando da qualcun*.

– Ci si chiede se fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (il che spiegherebbe una fuga verso il lato opposto della carreggiata invece che verso l’esterno dell’autostrada) o se non si sia trattato di overdose e poi sia stata lasciata in autostrada.

Le sostanze stupefacenti sono un’ipotesi che non può mancare quando a morire è una donna trans sudamericana. È una forma di razzismo neanche troppo sottile.

L’immaginario dietro tutte queste tesi è quello della prostituzione. Si immagina che potesse scappare da una minaccia (cliente/racket/collega violenta) o che sia stata uccisa altrove (magari con un’overdose) e poi scaricata in autostrada.

Ho cercato conferme statistiche alla tesi che le persone trans muoiano più delle persone cis di overdose. Non ne ho trovate né sul sito Geooverdose.it né nella copertura giornalistica. Stando alle ricerche che ho fatto negli archivi l’ultima morte per overdose certa di una persona trans risale al 2008, la vittima si chiamava Sabrina ed è morta a Genova.

Alcune di queste tesi sono marcatamente stereotipiche e se è comprensibile che gli inquirenti debbano vagliarle ed escluderle tutte per svolgere coerentemente il proprio lavoro non è detto che la stampa debba riportare sempre e solo le stesse, cliché, almeno finché non si dimostrano fondate.

A me sembra che il suicidio in questo caso sia una delle possibilità, forse la più probabile, sempre che non ci sia una ragione valida per escluderlo di cui siamo all’oscuro e che invece è nota agli inquirenti. E lo dico da persona che ha statisticamente compilato una mappa sui suicidi e sugli omicidi delle persone trans andando a spulciare gli archivi.

Ma spero di venire smentit* e attendo ulteriori ed eventuali sviluppi delle indagini.

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