Linguaggio neutro

Il linguaggio neutro esiste? Dipende da cosa si intende per neutro. Il linguaggio è uno strumento vivo sottoposto a continui cambiamenti da chi lo parla e lo scrive e sceglie di adottarlo o meno. Non è mai neutro dal punto di vista politico perché come raccontiamo quella che ci appare la realtà, cambia come la percepiamo e come la agiamo. Questa è una premessa fondamentale.

Neutro è un termine vago e generale. Ma cosa si intende per neutro? C’è chi sostiene che il plurale maschile sia neutro. Chi invece, come il Parlamento Europeo, che usare sia il maschile che il femminile sia neutro, chi infine, come questa pagina, chiede che il linguaggio debba poter rappresentare tutte le identità di genere (uomo, donna, persona non binaria) e tutta la variabilità biologica dei corpi (femmina, maschio, intersex) che sono presenti sul territorio.

La neutralità quindi dipende da chi la guarda, con quali premesse e da come la racconta dal suo punto di vista.

Per “neutro” in questo articolo si intende un genere grammaticale che renda indistinguibile il maschile e il femminile oppure che sia altro dal maschile e dal femminile e che possa rappresentare quella fetta di persone che non si identificano come maschio o femmina, come uomo o donna, ma che volendo, possa diventare anche un denominatore comune per tutta l’umanità.

Per questa pagina, le “particolarità” (così vengono chiamate spesso le minoranze) sono importanti, rappresentare tutt* è importante perché siamo ugual* di fronte alla Costituzione ma soprattutto perché, portato all’estremo, il pensiero utilitaristico che vede le minoranze come spendibili giustifica anche l’omicidio per il benessere del maggior numero di individui a scapito dei pochi e non si basa sui diritti umani.

Ma torniamo al linguaggio.

Il significante (simboli, parole, desinenze) si lega al significato attraverso l’interpretazione.

Attraverso il linguaggio e i simboli, i miti, le metafore si costruiscono valori e significati all’interno di una comunità che parla quel linguaggio e che “appartiene” o ritiene di “appartenere” (anche quando emigra) ad una delimitata area geografica.

È attraverso il linguaggio che stabiliamo cosa è possibile e cosa non lo è. Cosa esiste e cosa non esiste ancora perché non esiste un linguaggio per rifletterlo e raccontarlo.

Il linguaggio stabilisce chi e cosa viene considerat* standard e non ha bisogno di spiegazioni e chi deve venire spiegato o identificato rispetto allo standard attraverso artifici grammaticali (per esempio usando un aggettivo come “trans” al posto del nome).

La prima a far notare che questa disparità di potere del dover spiegare le donne rispetto agli uomini, del parlare di “uomo” generalizzando quando si intende “umanità”, del maschile plurale fa sì che le donne spariscano dal linguaggio quando c’è anche solo un uomo in scena, è stata una femminista: Alma Sabatini.

Il libro, “Il sessismo nella lingua italiana” è stato un capolavoro importante e pionieristico nel 1987 per far comprendere come il linguaggio che veniva usato non era neutro soprattutto dal punto di vista della rappresentazione.

Ma andiamo a guardare che relazione esiste tra generi grammaticali, “sesso” (inteso in senso essenzialista, come organi riproduttivi binari) e linguaggio.

In linguistica si ritiene che l’Italiano presenti due generi: maschile e femminile. Ci sono rarissime eccezioni per i plurali come il dito/le dita, l’uovo/le uova, e alcuni plurali che possono essere indipendentemente maschili o femminili come il gregge/le o i greggi. Per il resto il genere del singolare è in concordanza con quello del plurale.

Il genere in italiano viene reso principalmente attraverso gli articoli. Questo avviene prima ancora che attraverso le desinenze. È vero che attraverso le desinenze si declinano i participi passati e gli aggettivi, cosa che gli articoli non fanno. Ma togliendo le desinenze non si ottiene una lingua neutra. Rimangono gli articoli che rendono impossibile la neutralità.

Il, lo, i, gli precedono le desinenze in -o/-i/-e (lo zain-o, il can-e, gli scienziat-i, i re);

la e le precedono le desinenze in -a/-e/-i (la cartell-a, la prol-e, le gestant-i, le scienziat-e, le membr-a).

Questo rende la desinenza -e abbastanza “neutra” nel senso che viene usata sia per il singolare che per il plurale femminile oltre al singolare maschile e qualche rara forma di plurale maschile che resta invariato rispetto al singolare (es: i re).

Di solito a chi mi dice che la lingua neutra è un’utopia rispondo che esiste già. Una parte minima e molto ristretta della nostra lingua permette di non distinguere l’identità di genere di una persona in casi specifici: per esempio professioni al singolare che terminano in -e quando hanno un articolo come l’ davanti.

Se parlo dell’insegnant-e o dell’assistent-e nessun* sarà in grado di dirmi se sia uomo, donna o persona non binaria almeno che non fornisca altre caratteristiche. E non crolla il mondo a non saperlo perché abbiamo altri modi per far capire chi sia la persona a cui ci riferiamo, se ci riferiamo a qualcun* nello specifico.

Ma allo stesso tempo se parlo in termini generici e plurali della professione dell’insegnante posso automaticamente includere uomini, donne e persone non binarie senza fare sforzi grazie al fatto che è neutro. Ed è qui che sta la forza del neutro. Nel poter generalizzare includendo tutt*.

Pur prevedendo un soggetto pensato come neutro per le cose inanimate e gli animali (esso/essa) viene declinato comunque al maschile/femminile e lo si usa raramente, specialmente nel parlato. In questi due articoli fanno notare che l’uso di “ciò” e di alcuni quantificatori come “qualcosa” e “niente” possano considerarsi forme neutre. Non sono linguista e non mi compete stabilire chi ha ragione, mi limito a riportare argomenti e controargomenti.

Da persona non binaria sempre alla ricerca di un modo neutro per esprimermi devo dire che trovo la lingua italiana particolarmente faticosa, soprattutto nel parlato. Comunque vada rimangono sempre gli articoli che non danno scampo. Talvolta uso la u al posto degli articoli come in alcuni dialetti.
Se adotto lo stratagemma di usare alternativamente il maschile e il femminile riferendomi a me non vengo pres* sul serio e mi si dà solo il femminile perché non ho una voce maschile, se uso la -u finale mi si guarda come un* marzian* in Toscana o in Friuli dove ho abitato, se tronco le parole senza usare la desinenza spesso nemmeno si nota perché nel parlato il discorso è fluido e lo stesso accade se pronuncio la schwa (ə) fonetica. L’unico modo di esprimermi cristallino e che non dà possibilità di equivoci è lo scritto dove posso mettere l’asterisco (che ormai è stato ampiamente sdoganato a livello culturale) e venire capit* al volo.

Ma l’italiano non è che una delle numerosissime lingue esistenti e non tutte presentano due generi (o tre se siete d’accordo con l’articolo precedente). Alcune non distinguono il genere, altre hanno più di due generi grammaticali.

Nella ricerca del professor Corbett si legge che su 256 lingue campionate:

  • 144 non presentano categorizzazioni di genere grammaticali, il genere non viene esplicitato/differenziato in questi linguaggi
  • In 50 si distinguono due generi (come in italiano)
  • in 26 hanno 3 generi (come in tedesco)
  • in 12 hanno 4 generi
  • in 24 ne hanno 5 o più di 5

I linguaggi con due generi sono più tipici delle lingue afro-asiatiche, quelli con tre delle lingue indo-europee, le lingue del nordest caucasico hanno prevalentemente 4 generi e quelle dell’area della Nigeria/Congo e indigene nordamericane dai 5 in su.

Però questo non vuol dire che il genere grammaticale sia in linea con la percezione culturale del “sesso” riproduttivo binario.

Di nuovo il professor Corbett nel suo articolo del 2007 e basandosi sempre su un campione di 256 lingue ci dice che:

– 144 lingue non hanno genere (come sopra)
– in 84 il genere si basa sul “sesso” binario riproduttivo.
– 28 non si basano sul “sesso” binario riproduttivo.

La maggioranza delle lingue che non distingue in base al “sesso” sono lingue in cui è più importante distinguere in base al fatto che si descriva qualcosa di animato o inanimato, di animale o di umano. Quelle che distinguono in base al sesso hanno tutte comunque una divisione per genere a monte.

L’ultima considerazione che fa il professore è interessante: chi ha interesse al genere e al linguaggio in senso sociologico potrebbe trovare stimolante comparare le lingue che hanno una concordanza tra genere grammaticale e “sesso” riproduttivo con quelle “di controllo” dove la concordanza non c’è per arrivare a capire quanto il genere grammaticale influenzi o derivi da come si racconta il “sesso” binario riproduttivo.

A parte questo paper che incrocia il libero agire (agency) delle donne con la struttura grammaticale della lingua prevalente nel loro paese non ho trovato altr* che abbiano preso in considerazione il suggerimento di Corbett.

Per agency il paper si basa sulla definizione di Amartya Sen: avere un introito indipendente, avere un lavoro fuori da casa, avere diritto di proprietà, essere in grado di leggere, scrivere e avere un’educazione che permetta di partecipare alle decisioni sia all’interno della famiglia che fuori. 

L’agency viene tradotta in partecipazione al mercato del lavoro, partecipazione e rappresentanza politica e accesso al credito e alla proprietà terriera.  Secondo la ricerca, le donne la cui lingua madre differenzia il genere in modo più marcato, anche se non vivono più nel paese e sono emigrate, trovano una quantità di ostacoli alla partecipazione politica ed economica e all’accesso al credito e al possedere terreni nettamente maggiore degli uomini.

Sembra che la ragione sia nella struttura grammaticale, che potrebbe riflettere una divisione dei ruoli ancestrale, e che solidifica un framework cognitivo che funge da ostacolo nella realizzazione per le donne.

Non ci sono ricerche in merito ma è plausibile che questo ostacolo linguistico si traduca in ostacolo nella vita di tutti i giorni anche per le persone intersex e non binarie. Per questo è importante che le istituzioni comincino a rendere il linguaggio il più possibile inclusivo modificandolo anche artificialmente e non lasciandosi intimorire dalle proteste, perché nel lungo termine, influenza positivamente l’economia nazionale e l’emancipazione di tutta la cittadinanza.

Ma andiamo a vedere quali sono i pro e i contro dei metodi a me noti (ce ne possono essere altri e se vi fa piacere migliorare questo articolo lasciate un feedback).  che si possono usare per scritto per rendere il neutro.

Asterisco su campo giallo

* (asterisco)

L’asterisco deriva dalla logica booleana. È un operatore di troncamento che viene usato nelle ricerche in qualsiasi tipo di database per cercare tutte le parole con una determinata radice. Per esempio, se cerco port* è come se chiedessi al motore di ricerca di trovarmi i risultati con tutte le parole che iniziano per port- e tra i risultati avrò porta, porto, portone, portale, portaoggetti, portaombrelli e via dicendo fino ad esaurimento delle parole che iniziano per port- in quel database.

PRO:

  • Permette di troncare le desinenze maschili/femminili
  • È stampabile
  • Permetterebbe di troncare le parole anche prima della desinenza in caso di femminili irregolari (es: allenatore/allenatrice -> allenat*)

CONTRO:

  • Non elimina gli articoli
  • Non è al momento leggibile dai programmi di ausilio per ipovedent* (anche se basterebbe fare una modifica al software per farglielo leggere in un modo che si ritiene convenzionale).
Schwa minuscola e maiuscola, singolare e plurale.

 ə/ɜ (schwa fonetica)

Si tratta di un suono secco che viene definito di e muta. È presente nei dialetti ma non in italiano. Il sito Italiano Inclusivo è stato il primo a proporla e declina il plurale in ɜ. Per sentire i relativi suoni si clicchi sulla relativa lettera nell’alfabeto fonetico internazionale o sul sito stesso di italiano inclusivo.

PRO:

  • È leggibile e pronunciabile dai programmi di ausilio per ipovedent*
  • Permette di creare un plurale
  • È stampabile

CONTRO:

  • Non è comprensibile ai più che si tratta di una forma neutra almeno che non venga spiegata, adottata e largamente diffusa (ma può diventarlo col tempo).
  • Non permette di troncare le parole in cui maschile e femminile sono irregolari (si può aggirare questo problema sostituendo queste parole con neologismi che permettano di avere il maschile e il femminile con una desinenza)
  • Introduce nuovi suoni sconosciuti nel linguaggio, potrebbe essere difficile renderli accettabili a tutta la popolazione.
  • È impossibile da pronunciare quando capita all’interno della parola in sillabe accentate. Per esempio in parole come “colui/colei”. In inglese è usatissima ma non si trova mai in una sillaba accentata perché il suo suono al singolare non permette di accentare la sillaba. ERRATA CORRIDGE: mi è stato fatto notare da Luca Boschetto che “È vero che in inglese “schwa is never stressed”, ma ciò non vuol dire che non sia possibile pronunciarla accentata in altre lingue, compreso l’italiano inclusivo“.
Foto di Nick Cowie di una serranda grigia con una chiocciola di email dipinta in giallo

@ (chiocciola)

La chiocciola ha una storia affascinante e viene usata come modo per includere sia il maschile che il femminile creando un simbolo a sé che fonde sia la -a che la -o. È usatissima in Spagna.

PRO:

  • È stampabile
  • È abbastanza comprensibile senza spiegazioni

CONTRO:

  • Non è inclusiva delle persone agender
  • Non è leggibile e pronunciabile dai programmi di ausilio per ipovedent* (ma questo problema come abbiamo visto può essere aggirato stabilendo una convenzione su come deve venire pronunciata per segnalare il neutro)
  • Non permette di troncare le parole ma solo di sostituire -a/-o con @
  • Non ha un plurale e riferendosi ad a/o può sembrare grammaticalmente scorretta nei plurali
Foto di Jennifer Marr di un dado con in evidenza una U blu.

-u (desinenza u)

-U è una desinenza che non esiste nella lingua italiana, solo nei dialetti e nelle lingue che vanno dal centro Italia al sud. Usare la -u ha una connotazione politica importante non solo perché è neutra, ma anche perché richiama il meridione e la sua cultura come luogo fisico e parlato inclusivo e tutte le soggettività anche non binarie come i femminielli che lo hanno attraversato.

PRO:

  • Facilmente pronunciabile anche da programmi di ausilio per ipovedent*
  • Stampabile
  • Di uso comune nell’attivismo
  • Comprensibile anche al di fuori dell’attivismo se usato in congiunzione con -a/-o (es: ciao a tutte, tutti, tuttu)

CONTRO:

  • Difficilmente si possono usare continuamente tre generi in ogni frase. Diventa difficile da seguire.
  • Chi non è del centro-sud potrebbe viverlo come un suono “estraneo” al proprio bagaglio culturale e rifiutarlo (e questo è sia controproducente nel senso che potrebbe limitare il suo uso ma contemporaneamente una buona ragione per usarlo perché non vanno legittimate le forme sottili di razzismo)
  • In parole come lui/lei non è usabile. Si potrebbe alternare lui/lei con loro come fanno in inglese usando il they singolare (usato fin dai tempi di Shakespeare).
Dado con una x rossa in evidenza
Photo di Jennifer Marr raffigurante un dado con una x rossa in evidenza.

-x finale

La lettera X, come spiega questo articolo, ha sempre avuto la fama di consonante misteriosa e ignota. Cartesio l’ha usata come variabile incognita nelle equazioni, nella tecnologia ha la funzione di designare nuove frontiere e in inglese aiuta a rendere neutrali le parole. Viene usata quando le parole sono declinabili perché derivano da lingue dove il genere è binario, per esempio “Latina/Latino” nella versione neutra diventa “Latinx”. Oppure nel caso del titolo onorifico Mx (pronuncia: mix) serve a creare neologismi neutri, anche se Mx è stato usato per la prima volta nel 1977, è diventato di largo uso solo recentemente. X è anche il marker del genere amministrativo che alcuni stati hanno già concesso sui documenti alle persone non binarie e intersex.

PRO:

  • È comprensibile ai più senza troppe spiegazioni come alternativa neutra
  • È stampabile
  • Ha un suono associato

CONTRO:

  • La pronuncia è difficile con consonante finale.
  • Per pronunciarla può richiedere una (i) che richiama il plurale maschile (per esempio nei participi passati: sono stat(i)x a casa questo week-end oppure con parole che finiscono già per -i es: coloro i qual(i)x). Si potrebbe ovviare utilizzando la schwa invece della i come vocale intermedia tra la consonante finale e la x (ma rimane complicato). Es: sono stat(ə)x
  • Essendo difficile la pronuncia e dato il numero di parole con desinenza nella lingua potrebbe essere difficile la comprensione di un testo nei programmi di ausilio per ipovedent*.

Questi metodi vanno ad affrontare solo le desinenze. Nessun* sembra parlare di come si elimina il problema degli articoli semplici e articolati, determinativi e indeterminativi e dei pronomi. E anche io, per il momento, li lascio per un altro post.