Intervista: progetto Genderlens

Fumetto genderlens
Fumetto di una persona che parla con Camilla e le dice: “Che belli i tuoi figli e come sono grandi… e figurati che ero convinta che fossero due maschi e una femmina” e Camilla risponde “figurati che pure io!”

Camilla Vivian e Michela Mariotto hanno lanciato un nuovo progetto insieme: Genderlens che si occupa di varianza di genere in età evolutiva con un approccio transpositivo.

Ho rivolto alcune domande generiche sul progetto ad entrambe, altre più specifiche a ciascuna.

Il progetto Genderlens

Cosa si intende per, quali sono le premesse e le conseguenze di un approccio transpositivo?

Avere un approccio transpositivo vuol dire abbandonare completamente l’approccio patologizzante alla varianza di genere. Per riuscire a farlo serve cambiare completamente rotta e partire dall’antropologia e dalla sociologia. Quando ti rendi conto che popolazioni intere da sempre hanno vissuto con più generi perché l’essere umano è per natura vario, inizi a comprendere quanto tutta la questione trans sia qualcosa di costruito e imposto. Un adeguamento a ciò che qualcuno ha deciso che deve essere in una certa maniera. Capisci quanto sia stato questo adeguamento a creare nel tempo problematiche psicologiche profonde e ferite spesso inguaribili. Quindi la questione non è da dentro a fuori ma da fuori a dentro. Un approccio transpositivo vuole, attraverso la conoscenza storica, sociale e antropologica riportare a un’osservazione del reale che nulla ha di patologico.

Cosa si propone di portare avanti il vostro progetto?

Genderlens si propone di fare informazione e di fornire i mezzi per guardare la questione trans in maniera diversa. Si propone di portare in Italia le esperienze estere per usarle come esempi positivi e da seguire. Genderlens vuole offrire un luogo in cui non vengono chieste spiegazioni, ma anzi vengono offerte partendo dalla storia dell’umanità e non dalla patologia. Vuole essere l’anello di congiunzione tra un mondo che si sta evolvendo e un paese, l’Italia, che fa ancora molta fatica.

Nella prima pagina del progetto c’è una guida per genitor* e scuole: le ricerche evidenziano come l’abbandono scolastico per minor* gender-variant sia un rischio superiore al resto della popolazione. Avete in programma di collaborare con il Miur, associazioni di categoria o con singol* insegnanti sul territorio per mettere a punto un protocollo o una rete di supporto di questi student*?

Abbiamo redatto la guida per i genitori e le scuole proprio perché sappiamo che non esiste nulla, in Italia, di semplice e chiaro sulla varianza di genere ne* minor*. I genitori si sentono soli e abbandonati e soprattutto spaventati e le scuole, quelle disposte all’ascolto, spesso faticano a capire. Quello a cui noi aspiriamo è far capire che esiste la necessità di un protocollo uguale per tutt* che sia applicabile in tutte le scuole. E’ necessario che nel momento in cui la famiglia approccia un* dirigente scolastico sull’argomento questo sappia già di cosa si sta parlando e esista un documento che permetta al minore di poter vivere serenamente la sua vita all’interno della scuola. Certo che in questo momento di mancanza totale di tutto anche l’approccio dell* singol* insegnante può essere salvifico, ma lo scopo è arrivare a un cambio di approccio alla questione che non deve più essere una “questione” ma una realtà.

Mi piacciono molto i fumetti del sito, chi si occupa della grafica?

La grafica del sito è stata fatta da Camilla. Le vignette sono di una bravissima artista di Rovigo che si chiama Andu che è stata tra le prime a contattare Camilla dopo l’apertura del suo blog condividendone il pensiero. Da lì è nata una bellissima amicizia e Andu riesce con intelligenza e maestria a tradurre in vignette le vicissitudini di Camilla e della sua famiglia. Ormai le vignette sono centinaia e uno dei nostri progetti futuri è quello di raccoglierle tutte in un libro, per raccontare la varianza di genere in maniera semplice, leggera e soprattutto transpositiva.

Perché il sito è bilingue?

La nostra intenzione è che il sito sia MULTIlingue. Al momento è solo in italiano e in inglese, ma stiamo per tradurlo anche in spagnolo, tedesco e francese. Mantenere e creare contatti con il resto del mondo è infatti per noi essenziale per stare al passo coi tempi, far parte delle reti internazionali, essere sempre aggiornate, scoprire cose nuove.

 

Camilla Vivian
Foto di Camilla Vivian

Camilla Vivian, autrice di “Mio figlio in rosa” ed editor del sito e della pagina Facebook omonima.

Camilla, sei in contatto con la comunità anglofona dei genitori di minor* trans, quali differenze riscontri tra i genitor* anglofon* e italian*?

Sicuramente la principale differenza tra la comunità anglofona di genitori e la nostra è che la nostra non esiste. Io sono riuscita a raccogliere intorno al mio blog un piccolo numero di famiglie, ma la maggior parte di loro sono ancora totalmente spaesate e non potrebbe essere altrimenti vista la mancanza totale di informazione e supporto. Così molto spesso questi genitori sono ancora semplicemente in cerca di aiuto. Non esiste ancora da noi una comunità costruttiva di scambio.

Certo ci sentiamo meno soli, ci scambiamo esperienze, ma la maggioranza si muove nella paura e la paura non è costruttiva. Le famiglie nel Regno Unito, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda sono strutturate in associazioni, gruppi ben organizzati, riescono già a muoversi per chiedere un cambiamento politico e culturale. In alcuni paesi i cambiamenti sono già avvenuti o sono in atto. Da noi la questione gira ancora intorno al taglio di capelli del figlio o della figlia e che cosa dirà la gente. Da noi la crisi riguarda ancora il colore dello zaino, i genitori degli altri bambini che si preoccupano e chiedono che ci si conformi alla regola. Raccolgo quasi settimanalmente testimonianze spiazzanti su ciò che accade.

All’estero gruppi di interesse conservatori, di estrema destra o religiosi con molte risorse a disposizione, stanno camuffando l’“hate speech” (linguaggio d’odio) da preoccupazione per il benessere dei minor*: mettono su forum di auto-aiuto che sfruttano le paure, le ansie, le aspettative genitoriali per invalidare il sentito de* figli*, pubblicano “ricerche” accademiche che mirano ad impedire il supporto specialistico e via dicendo. Spesso queste campagne trovano eco anche in Italia riportate da chi ha interesse a minare i diritti delle persone trans: siti “cattolici”-integralisti (finanziati da partiti di estrema destra), quotidiani di destra, femministe radicali trans esclusioniste, gay e lesbiche transfobic* ecc. e occasionalmente raggiungono anche i quotidiani nazionali. Che suggerimento daresti ad un genitore che cerca di orientarsi per discernere le informazioni più utili per il benessere de* figli*?

Il consiglio che do sempre alle famiglie è molto basic e cioè: non leggete i prodotti del terrorismo psicologico e usate come metro di misura la serenità de* vostr* figl*. In Italia manca totalmente una voce, qualcuno che contrasti questi approcci che altro non fanno che buttare fumo negli occhi per spaventare, intimidire e seminare il dubbio. E’ proprio il caso di uno degli ultimi articoli che mi è stato girato da una amica col suo commento “Guarda un po’! Chissà dove sta la verità”. Parlava proprio dello studio fatto riguardo al presunto boom di adolescenti trans. Gli articoli veritieri vengono sempre condivisi poco. Questi raggiungono invece tutti quanti. Purtroppo, cavalcando spesso l’onda della fede, questi articoli si approfittano della condizione delle famiglie credenti che dà per scontata la veridicità di ciò che viene condiviso da un sito o un giornale religioso. Io credo che sia nostra responsabilità iniziare un programma di informazione vera. Il problema però sta nel fatto che la chiesa è ricca e noi attivisti no e quindi spesso ci mancano i mezzi per poter svolgere l’attività che vorremmo e che sarebbe necessaria. Per questo il progetto Genderlens sta cercando di trovare degli sponsor e delle fondazioni che vogliano credere in noi e darci una mano.

Nel tuo libro “Mio figlio in rosa” si evince che oltre ad essere una mamma e una donna di una certa cultura che ha viaggiato molto, oltre ad avere una prospettiva privilegiata in quanto testimone da anni nel quotidiano dello stato d’animo e dei comportamenti di tua figlia, hai anche raccolto una quantità enorme delle informazioni disponibili sull’argomento. Ti sei esposta a prospettive diverse: sei andata a parlare e vi sentite con specialiste di Careggi, hai costituito un gruppo di genitori italian*, scrivi sul blog omonimo al libro, leggi gli aggiornamenti sulle riviste scientifiche a livello mondiale, collabori con un’antropologa e con attivist*, ti confronti anche con la rete di genitori anglofona.

E nonostante questa molteplicità e multidisciplinarietà di fonti dal quale attingi da anni, che unita all’esperienza personale ti rendono un’esperta in materia (anche nel senso etimologico del termine), nonostante la tua intraprendenza, costanza e visibilità, in Italia hai incontrato scetticismo, persone che vogliono farti sentire in colpa in quanto supportiva di tua figlia, persone che mettono in dubbio le tue capacità genitoriali o le tue competenze in materia e perfino il fatto di aver compiuto una scelta informata. Se fossi stata un uomo pensi che a parità di impegno profuso saresti stata messa altrettanto in discussione? Quanto pensi che il ruolo di mamma e l’immaginario sulle mamme italiano faccia sì che non si percepisca l’ampiezza delle tue competenze?

Se fossi stata un uomo credo che le cose sarebbero state diverse. Sicuramente le mie parole sarebbero state prese in maggior considerazione a partire dagli amici. Sicuramente ci sarebbe stato più rispetto. Purtroppo la società italiana è una società ancora prevalentemente maschilista e machista e noi donne, soprattutto noi mamme, facciamo davvero tanta fatica. Noi madri veniamo sempre e comunque accusate. E’ di pochi giorni fa un’intervista a una coppia di genitori in cui si sente a mio avviso palpabile la differenza tra l’intervento del padre e quello della madre. La madre scontatamente ama. Il padre diventa quasi un eroe. Quando entrambi fanno invece esattamente la stessa cosa. Però la presenza dei padri è davvero essenziale per dare esempi ad altri padri. Perché purtroppo ad oggi la comunità maschile non ascolta quella femminile. Perché difficilmente godiamo di stima. E questo da solo risponde alla tua domanda in maniera sconcertante. E non è assolutamente facile rompere lo schema.

Recentemente hai scritto un post sul doppio carico delle madri all’interno delle famiglie gender-variant. Quanto grava il sessismo e le disparità economiche, di ruolo, carico, tempo libero e di responsabilità genitoriali sul benessere de* figli*?

L’assurdità della nostra società è che la maggior parte dei padri si disinteressa completamente della vita de* figli* per poi però fare terrorismo psicologico nel momento in cui si trovano di fronte a un figlio e una figlia omosessuale o trans. Alle madre viene lasciato il compito di crescere  e educare i figli senza però mai raggiungere, paradossalmente, agli occhi dei maschi, una competenza al riguardo. Non abbiamo meriti. Ma sicuramente sono nostre le colpe. Per esempio nel caso delle famiglie con bambini con varianza di genere, dalla mia  esperienza di questi due anni, posso dire che delle 50 famiglie che mi hanno contattato, solo due volte mi ha chiamato un padre e direi che nel 90% dei casi le madri, che sono le uniche a leggere e informarsi, perdono più tempo a gestire il marito che, pur non informandosi di nulla, sa di default che le madri sbagliano e mette i bastoni tra le ruote spesso in maniera molto prepotente e sessista giocando sul fatto che esiste una dipendenza economica e sociale delle donne.

Leggendo il tuo libro, arriva forte e chiaro il messaggio che supportare la varianza di genere di genere di tua figlia abbia comportato doversi confrontare e a volte anche scontrare con l’ignoranza, i dubbi, le paure e la transfobia dell’ambiente in cui vivevi, per evitare che avesse conseguenze su di lei. Quanto è importante fare rete per sostenersi tra famiglie e alleat* nell’alleggerire e distribuire questo carico? Cosa possono fare le persone alleate per sostenere genitor* e figli*?

Fare rete è la cosa più importante. Non solo ti aiuta psicologicamente a non sentirti da solo, ma è attraverso il confronto che si cresce e si normalizza una situazione che è antropologicamente “normale”. Cosa ancora più importante la rete rende legittimo il tuo agire. Essere soli aumenta la necessità di dare spiegazioni, di giustificare il tuo agire. Quando inizi a essere un gruppo la gente ti prende in considerazione in maniera differente. È questo che le famiglie in Italia dovrebbero capire.

Da sol* non si va da nessuna parte e se è vero che l’accoglienza in famiglie è essenziale per una crescita sana e per lo sviluppo di autostima e capacità di resilienza, è altrettanto vero che i/le/* nostr* figl* prima o poi per forza di cose dovranno avere a che fare con la società.  Se non avremo fatto rete, non ci saremo tutt* impegnat* per un cambiamento, troveranno domani lo stesso muro che trovano oggi.

La realtà però è che anche solo far parte di un gruppo spaventa. Io ho avuto famiglie i cui padri hanno impedito alle madre anche solo di iscriversi al nostro gruppo facebook (che è invisibile e quindi totalmente protetto) per vergogna. Finché non si capirà l’importanza di essere uniti, purtroppo non si arriverà molto lontano. Cosa può fare chi ci gravita intorno? Trattarci come tutti gli altri perché non abbiamo nulla di diverso.

Sostengo mia figlia dalla nascita eppure solo da quando mi sono trasferita fuori dall’Italia sento di poter raccogliere i primi frutti. In Italia senti continuamente il peso dell’altro. Ad oggi io penso di poter dire per esempio che nessuno dei miei amici di vecchia data si è preso per esempio la briga di leggere il mio libro. Il che sarebbe per esempio poco male se non si prendessero invece la briga di girarmi articoli di cattolici integralisti “anti gender”, se non mi dessero consigli non richiesti, se avessero l’onestà intellettuale di ammettere che non sanno nulla dell’argomento. Il mio è stato uno scontro costante, snervante, sempre sotto forma di “consiglio” (non richiesto ovviamente) che rende il tutto ancora più avvilente perchè ti fa capire la poca stima che la gente ha di te.

Quali soddisfazioni ti ha portato avere un approccio transpositivo?

Un approccio transpositivo porta serenità alle famiglie e questo mi fa molto piacere. Mi rendo conto che già dalla prima telefonata si sentono più sollevati. Le mie soddisfazioni ad oggi si basano su piccoli grandi traguardi: un ragazzo che finalmente esce dalla sua camera, una bambina a cui finalmente fanno crescere i capelli, un genitore che si sente un po’ più sicuro facendo leggere a scuola la guida di Genderlens.

Per quanto però questo potrebbe nutrire il mio ego, in realtà a me non interessano le soddisfazioni personali. So che non basta fermarsi al piccolo caso. Certo potrei raccontarli uno per uno sentendomi una sorta di eroina, ma finché  la realtà non sarà fatta da cambiamenti radicali all’interno del pensiero politico, dell’approccio scolastico con l’adozione di protocolli formali, finché non sarà formalizzato un approccio sanitario serio che si sviluppi attraverso la formazione di tutte le persone che hanno a che fare con l’infanzia, le mie soddisfazioni lasciano molto il tempo che trovano. Infatti  purtroppo quello che spesso accade è che dall’iniziale sollievo nel parlare con me, le famiglie ripiombano nell’ansia nello stesso istante in cui si approcciano all’ “istituzione” che inizia a riempirli di dubbi e paure.

Michela Mariotto
Michela Mariotto con capanne sullo sfondo

Michela Mariotto, antropologa, sta facendo un dottorato sulla varianza di genere a Barcellona.

Michela, ti va di sintetizzare in breve la tua ricerca a Barcellona?

Il lavoro che sto svolgendo presso l’Università Autonoma di Barcellona si basa su una ricerca etnografica con famiglie di bambin* gender variant in Catalogna e in Italia. Scopo della ricerca è quello di mettere in evidenza il modo in cui queste famiglie vivono la varianza di genere de* propr* figl*, come la interpretano, e  come la rendono intellegibile in primo luogo a se stess* e poi agli altr*. Ho intervistato diverse famiglie, con l’idea di mettere in evidenza come il contesto socio-culturale in cui ci si muove condiziona, non solo l’esperienza pratica di essere genitori di un* bimb* gender variant, ma anche il modo in cui tale esperienza viene interpretata.

Devo molto a queste famiglie, che hanno scelto di condividere con me una parte della loro vita che non è sempre facile da raccontare a un* estrane*. Ho condiviso con loro lacrime, gioia, paure e speranze. Ho vissuto insieme a loro la difficoltà, ma anche il piacere, che si prova quando si mette in discussione un paradigma, come quello del genere, che abbiamo tutti noi incorporato a tal punto da non renderci nemmeno conto della sua esistenza. È stata un’esperienza molto profonda, che mi ha dato la possibilità di arricchirmi e di crescere, non solo come ricercatrice, ma soprattutto come persona.

Quali differenze di mentalità, di approccio, organizzative, riscontri tra l’Italia e Barcellona quando si tratta di varianza di genere?

La differenza più concreta riguarda le possibilità e le risorse che sono state create negli ultimi 5 anni nella regione catalana.

Qui una famiglia può contare su almeno due organizzazioni, Ampgyl e Chrysallis, costituite (solo in Catalunya) da più di un centinaio di famiglie, che sono attivissime sul territorio. Oltre a rappresentare un’importante rete di supporto per i genitori, queste associazioni organizzano costantemente dibattiti, conferenze, formazione nelle scuole e, ovviamente, attività politica (a livello nazionale ed europeo).

Inoltre, l’Institut Catalá de la Salut (il Ministero della Salute regionale), ha recentemente riconosciuto, come principale centro di riferimento per la presa in carico delle persone trans, l’unità medica di Transit. Questo centro pubblico, finanziato quindi dal governo catalano, sostiene un modello di attenzione alla salute transpositivo. Si tratta di un modello che riconosce tutte le identità di genere come valide e la capacità di ciascun individuo di definirsi in un modo o nell’altro senza che ci sia bisogno del parere o della diagnosi di un’altra persona.

I professionisti di Transit (medici, psicolog*, assistenti sociali, etc.) mettono a disposizione le loro competenze, ma ritengono fondamentale che sia la persona trans a decidere la propria storia e a prendere le decisioni che di fatto la riguardano. Una relazione alla pari quindi, dove le due parti mettono a disposizione le proprie competenze e le proprie esperienze, per trovare la soluzione migliore per la persona trans.

Per quanto riguarda i bambin*, Transit non prevede, salvo casi particolari e solo su richiesta dei genitori, dei percorsi di accompagnamento per bambin* al di sotto dei 9 anni di età. Questo perché in Transit si considera che un* bambin* gender variant non abbia di per sé alcun problema, se ben accompagnato.

L’assistenza e il supporto vengono pertanto garantiti ai familiari del* bambin* (genitori, nonni…), che sono spesso quelli che maggiormente fanno fatica a comprendere e ad accettare la situazione. Anche Transit promuove formazione in continuazione, nelle scuole, negli ospedali, nei Municipi in tutta la Catalunya. E la cosa più incredibile, è che le aule sono sempre strapiene! Non solo perché la formazione sul tema varianza di genere sia prevista dalla legge regionale, ma perché gli stessi professionisti, e insieme a loro i politici, sentono l’esigenza di conoscere e di gestire nel miglior modo possibile la questione.

In Italia invece, a mio avviso, non si è ancora colta la necessità di un cambiamento e le persone in generale, talvolta gli stessi professionisti implicati, o non sanno cosa sia la varianza di genere nell’infanzia, oppure hanno ancora molti pregiudizi a riguardo. Le famiglie si trovano così a fare una fatica immensa, non solo per trovare un appoggio e un sostegno, in una situazione inizialmente difficile da gestire, ma anche per combattere lo stigma sociale che la trasgressione alla norma di genere comporta.

Queste differenze emergono con evidenza nelle interviste che ho svolto. Tutte le famiglie di bambin* con comportamenti di genere non conformi che ho conosciuto, siano esse catalane o italiane, descrivono il momento iniziale, quello della presa di coscienza che ci fosse una questione ‘di genere’ importante che riguardava il loro figlio o la loro figlia, come un momento di grande sconforto, di smarrimento e di paura tremenda.

Le famiglie catalane raccontano però anche del grosso sollievo provato dopo l’incontro con le altre famiglie, o con uno de* professionist* di Transit, e della sensazione di essere accolti benevolmente a scuola, sia dal corpo docenti che dagli altri genitori.

In Italia, questo tipo di supporto e di empatia mancano o non sono così facilmente accessibili. Camilla ha fatto, e sta facendo, un ottimo lavoro. É un’importante punto di riferimento per molte famiglie, ma è sola, non è sostenuta da una solida rete o da un’organizzazione che possa davvero portare avanti le istanze de* bimb* e dei loro genitori anche a livello istituzionale.

Si può supportare la varianza di genere senza mettere prima o poi in discussione i ruoli di genere della società occidentale?

Il dibattito pubblico, e spesso la stessa narrazione dei genitori, parte dal presupposto che la varianza di genere debba essere trattata come una questione personale, spesso di salute psico-fisica.

Se è vero che l’identità di genere è il modo in cui intimamente ci percepiamo e rappresentiamo agli altri come maschi, femmine o altro, è anche vero però che gli elementi che la costituiscono sono fortemente condizionati dal contesto storico-culturale in cui viviamo. Fare un ragionamento sulla varianza di genere, senza contestualizzarla in un dato momento e luogo, non permette di riconoscere quei meccanismi che rendono possibile la produzione, non solo delle identità trans, ma anche di quelle  normative. Cosa significa oggi, nel mondo occidentale, essere maschi o femmine? Quello che può apparire come un banale esercizio di retorica ha in realtà delle conseguenze importanti che condizionano ogni aspetto della nostra società, incluso la produzione scientifica. Mi viene da pensare, ad esempio, a come il manuale diagnostico attualmente in vigore, tra i criteri elencati per determinare la disforia di genere nei bambini (assegnati maschi alla nascita), indichi ‘l’evitamento dei giochi in cui ci si azzuffa’… come se l’aggressività fosse parte costitutiva dell’essere maschio, e la sua assenza, nei maschi, rappresenti di per sé l’indicatore di un problema!

Occorre parlare della varianza di genere, mettendo in discussione gli stereotipi che influenzano la loro (e la nostra) esistenza dai primissimi giorni di vita. Non farlo sarebbe un’operazione non solo incompleta, ma soprattutto inefficace. Si parla infatti spesso del disagio e dalla sofferenza di quest* bambin*, ma non si parla mai abbastanza di quanto questo disagio sia prodotto dall’ostracismo sociale, dall’isolamento, da comportamenti transfobici di cui sono vittime, a volte all’interno della stessa famiglia. In questo modo si finisce con lo scaricare la responsabilità e la gestione della varianza di genere unicamente sulle spalle de* bambin* e delle loro famiglie, perdendo l’opportunità di contribuire a un cambiamento sociale che sarebbe di fatto liberatorio per tutti.

Che ruolo ha il linguaggio nel supporto?

La realtà della varianza di genere è estremamente ampia e va ben oltre la semplice non corrispondenza di genere tra un corpo e l’identità di chi lo vive. Il linguaggio utilizzato per descriverla deve tener conto di questa complessità ed essere, oltre che inclusivo, capace di valorizzare le differenti identità. L’identità a cui mi riferisco non è qualcosa che esiste a priori, di innato e stabile, ma è in realtà un processo che nasce e si sviluppa sempre a partire dalla relazione con l’altro e fortemente condizionato dalle parole utilizzate. Le parole che descrivono una realtà sono le stesse che la costituiscono, che ne definiscono il contenuto e soprattutto lo spazio politico. Il loro uso non è mai neutro. Riferirsi alla varianza di genere unicamente in termini di disforia di genere, di incongruenza, di diagnosi, non solo non permette di cogliere la complessità dell’argomento, ma permette alle persone di pensare o di pensarsi solo attraverso i termini della patologia, dell’errore, della medicina.

È importante che, in particolare le persone che hanno a che fare con bambin* gender variant siano consapevoli di questa responsabilità e del vantaggio che offre un linguaggio transpositivo. Questa possibilità, nel caso della varianza di genere in età evolutiva, è stata colta in alcuni paesi, penso al Canada o agli Stati Uniti, dove sono state create delle espressioni nuove, in grado di ampliare gli spazi attraverso cui pensarsi come soggetti: gender-diverse, gender-creative, gender-expansive, gender-indipendent, etc. Queste non sono solo parole nuove, ma sono di fatto delle identità rinnovate, con dei significati politici completamente diversi rispetto a quelli di anche solo una decina di anni fa, quando la varianza di genere de* bambin* era ancora considerata una psicopatologia o una deviazione. In questi Paesi, oggi essere un* bambin* gender variant è semplicemente un altro modo di stare nel mondo, un’altra identità sociale.

Questo vale anche qui in Spagna, dove  si parla comunemente di bambin* trans* o di infanzia trans* per riferirsi non solo a que* bambin* che si identificano con persistenza nell’altro genere, e che spesso hanno già fatto una transizione sociale, ma in generale per riferirsi a tutt* que* bambin* che mettono in discussione le norme di genere. Questo modo di nominare la varianza di genere ha, secondo me, il grosso vantaggio di creare una sorta di continuità tra le famiglie di quest* bambin* e  la comunità delle persone trans adulte, favorendo così la condivisione degli obbiettivi e quindi delle battaglie politiche oggi più che mai agguerrite (penso ad esempio a una dichiarazione di sciopero della fame proclamata in Spagna in questi ultimi giorni da attivisti trans adulti, cui hanno aderito anche alcuni genitori di minor* gender variant).

In Italia la parola trans o transgender fa ancora molta paura ai genitori, che difficilmente la usano per riferirsi ai loro figli. Il linguaggio utilizzato con più facilità e frequenza  viene preso in prestito dall’ambito medico, cosicché, per raccontare l’esperienza de* prop* figl*, gli stessi genitori parlano talvolta di ‘disforia di genere’. Questo perché le uniche risorse a disposizione dei genitori, per molto tempo, sono state quelle offerte dai centri medici attivi sul territorio italiano, che sono ancora oggi fortemente condizionati da tutta una serie di protocolli e di norme che non permettono di intendere la varianza di genere al di fuori dell’ambito della patologia.

Cosa consiglieresti a giornalist* che vogliono affrontare il tema in modo rispettoso e non sensazionalistico?

Negli ultimissimi anni la varianza di genere nell’infanzia ha raggiunto una certa visibilità e, soprattutto in lingua inglese, si possono trovare una infinità di articoli, libri, documentari, talk-show che parlano dell’argomento.

Però ci sono molti modi di farlo e non tutti rappresentano un serio spazio di approfondimento

Per catturare il maggior numero di spettatori, l’attenzione dei mezzi di comunicazione si concentra quasi tutta sull’incongruenza tra il corpo de* bambin* e la sua espressione e/o identità di genere, evidenziando come le sue preferenze in fatto di giochi, amicizie, vestiti corrispondano alle aspettative sociali per i bambin* dell’altro sesso. Le realtà descritte sono in genere realtà binarie, fortemente stereotipate e il linguaggio utilizzato è spesso medico. Si parla quasi sempre di corpo sbagliato e si continua a vincolare la varianza di genere alla questione cerebrale. Un’attenzione morbosa poi viene posta al momento della transizione, in particolare quella medica, che viene presentata come l’unica soluzione al “problema” di cui si sta discutendo. In realtà la varianza di genere è estremamente complessa (non complicata!) e nessuno è in grado di prevedere come sarà da adulto un* bambin* con comportamenti di genere non conformi. Ci sono tante possibilità, diverse quanto sono diverse i bambin* di cui stiamo parlando. Raccontare solo uno dei percorsi che possono essere intrapresi da quest* bambin*, quello più estremo e medicalizzato, limita le possibilità di riconoscere e di riconoscersi di molte persone e non permette una riflessione seria su cosa sia davvero la varianza di genere.

La varianza di genere viene percepita in modo diverso sia a seconda del sesso assegnato alla nascita che a seconda dell’età. Come te lo spieghi?

Le primissime ricerche su* bambin* gender variant, parliamo degli anni ’60, erano basate unicamente sull’esperienza di bambini maschi con comportamenti effeminati, senza che questo tipo di approccio scientifico fosse messo in questione da nessuno, nemmeno all’interno del mondo accademico o scientifico. Ancora oggi la maggior parte dei genitori di bambin* gender variant che si rivolgono a uno specialista, sono genitori di bambini cui è stato assegnato il genere maschile alla nascita. Questo evidenzia una sorta di ansia sociale rispetto alla mascolinità e come nei primi anni di vita il gender policing (il controllo costante dei comportamenti di genere e la loro eventuale correzione da parte delle istituzioni come la famiglia, la scuola, i medici, etc.) sia molto più restrittivo per i maschi che per le femmine. Perché preoccupa di più, o causa più ilarità, un bambino che ama la danza classica, rispetto a una bambina che pratica il rugby? Perché il sistema di genere su cui è costruita la nostra società è fatto non solo di opposti, ma anche di relazioni di potere. Nella maggior parte delle società, la mascolinità ha un valore intrinseco superiore alla femminilità e pertanto, al minimo cenno di una sua possibile erosione – basta persino uno smalto sulle unghie – la società tutta (genitori, parenti, insegnanti, medici…) sente il dovere di intervenire per ripristinare la normalità. È una sorta di paradosso, superiorità ma allo stesso tempo grande fragilità.

Per le bambine con comportamenti considerati adatti ai maschi invece, la situazione è diversa. Atteggiamenti considerati mascolini vengono maggiormente tollerati nelle bambine alle quali, al contrario, viene richiesta tutta una serie di prove prima di poter essere accettate come veri maschi. Mica uno può acquisire un privilegio così facilmente… Un privilegio di cui peraltro non parlano solo le femministe, ma presente persino nella produzione medico-scientifica: fino al 1994 infatti, uno dei criteri diagnostici per la diagnosi della varianza di genere (allora definito disturbo dell’identità di genere) nelle bambine era quello di provare un forte desiderio di essere un maschio, a patto però che questo non fosse giustificato dalla volontà di acquisire un privilegio implicito nella condizione di essere maschio. Nessun accenno invece a eventuali vantaggi provenienti dal fatto di essere femmine…

Raccontaci qualcosa di bello o che ti ha colpito in positivo della tua esperienza o nella tua ricerca con minor* gender variant

È davvero difficile rispondere, perché per me l’intera ricerca è stata appassionante, davvero… Ricordo però un momento particolare, ancora con molta emozione. L’anno scorso mi trovavo a una festa organizzata dagli attivisti trans a Barcellona. C’era molta gente. Una delle famiglie che avevo intervistato, e con la quale ho mantenuto un certo rapporto di amicizia, si presenta e saluta con affetto le persone presenti. Noemí, la figlia gender-variant che aveva fatto la transizione sociale a 6 anni, riconosce immediatamente Miss Trans España e, dopo averla abbracciata e baciata, si ferma e resta in sua contemplazione per diversi minuti, in silenzio, con gli occhi grandi spalancati, pieni di felicità e di ammirazione. Io e il suo papà incrociammo i nostri sguardi, entrambi commossi, al vedere la gioia della bambina, potendo solo immaginare cosa le stesse passando per la testa…

L’incontro de* bambin* gender variant con persone trans adulte è molto utile, perché permette loro di avere dei referenti positivi in cui riconoscersi. E non mi riferisco solo alle Miss o a persone trans con un passing perfetto. Conoscere sin da piccol* persone non binarie o persone transgender, anche non medicalizzate, che vivono una vita che include un lavoro, degli interessi, delle relazioni affettive appaganti darebbe modo a quest* bambin*, e alle loro famiglie, di vedere che ci sono tante possibilità di essere trans, ognuna diversa dall’altra, e ciascuna valida a modo proprio. Così facendo, si romperebbe con tutta una serie di stereotipi e pregiudizi, che vengono generalmente collegati alla transessualità e che ne impediscono di fatto, ancora oggi, la normalizzazione.