Nat*/intrappolat* nel corpo sbagliato

corpo sbagliato
Titoli di testate giornalistiche e specialistiche che riportano la dicitura “corpo sbagliato”

Quello del corpo sbagliato è un “trope“, un cliché che viene usato in moltissimi titoli, programmi TV (Storie del genere, trasmesso su Rai 3 di Kimera Produzioni lo usava nel trailer della trasmissione) e che segnala in modo inequivocabile ad un’audience che si sta parlando di persone transgender.

Sono già stati scritti articoli sul perché sia errato usare questa espressione:
Alexis su Pasionaria

Camilla Vivian sul suo blog e di nuovo lei, perché repetita juvant.

In questo articolo più o meno dirò cose simili ma risponderò nello specifico a due domande:
– Perché è così popolare nei media e cosa comporta il suo uso?
– Perché vogliamo eliminare questa espressione dal linguaggio dei media?

Innanzitutto non sono solo i media a descrivere le persone trans in questo modo. Alcune persone trans si descrivono così ed è più che legittimo che lo facciano (per quanto non condivisibile).

La differenza tra la legittimità del descriversi e l’uso sistematico nei media dipende dal fatto che i media creano, rinforzano o forniscono alternative alle idee collettive, mentre la persona singola ha un’influenza limitata.

Cosa intendono le persone trans per “nat* nel corpo sbagliat*” o “intrappolat* nel corpo sbagliato“?

La propria apparenza in generale o specifiche parti del corpo e/o  caratteri sessuali primari e/o secondari possono provocare disagio, anche molto intenso, alle persone trans.

Questo disagio in gergo medico viene detto “disforia di genere”. La disforia può essere mitigata dal supporto o amplificata da discriminazione, bullismo, violenza, giudizi, esclusione all’interno della propria rete familiare, amicale, lavorativa, sociale.

Disforia è il contrario di euforia. Venire riconosciut* per chi si è e incoraggiat* ad esprimere sé stess* può provocare “euforia di genere“.

Qual è il problema di raccontare una incongruenza tra la propria percezione di sé e la percezione visiva altrui come “corpo sbagliato” nei media? Ci sono tre problemi:

  1. Non è logica. Il cervello fa parte del corpo ed è lì che la percezione del sé viene elaborata. Se fosse sbagliato il corpo, sarebbe sbagliato anche il cervello e dovrebbe essere sbagliata anche la percezione, ma non è così. Per corpo in realtà le persone trans intendono solo l’apparenza, il fenotipo, alcune parti del corpo, alcuni o tutti i caratteri sessuali primari e/o secondari.
  2. L’esistenza di un corpo “sbagliato” presuppone l’esistenza di un corpo “giusto”, che coincide con quello delle persone cis perché è la maggioranza a raccontare quale sia lo standard, da sempre. A rendere il corpo “giusto” secondo questa prospettiva cis-centrica e binaria, è l’allineamento tra apparenza e identità di genere. La conseguenza è che l’unico modo di “aggiustare” le persone trans è quello di farle sembrare cis trasformando la loro apparenza e identità da uomo a donna o viceversa.
  3. Questa narrativa è comoda ed ideale per le persone cis perché valida affermandola indirettamente la superiorità del corpo e dell’identità cis.
    Fa del corpo e dell’identità cis la misura con la quale tutti gli altri corpi e identità devono confrontarsi. Sotto i riflettori c’è solo il corpo della persona trans, viene isolata dal contesto sociale, de-responsabilizzando chi le sta intorno.Le persone, le famiglie, i gruppi, le istituzioni cis-centriche non si sentono chiamat* a sentire la persona trans parte del loro gruppo o ad intervenire qualora il contesto sociale sia avverso.
    Questo accade perché le persone trans vengono percepite come una fastidiosa minoranza che pretende diritti e perché il contesto viene percepito come scontato, “naturale” e immutabile anche se è tutt’altro che tale.

Il messaggio chiave è che non è il corpo ad essere sbagliato ma la società che ti fa pensare che possano esistere corpi sbagliati ad esserlo.

corpo sbagliato
Scritta in inglese: Non sono intrappolat* nel mio corpo, sono intrappolat* nella percezione del mio corpo che hanno le altre persone. Citazione di Ollie Schminkey

È più facile che il tipo di lettura del corpo sbagliato venga fatto da chi fatica ad accettare e si sente minacciat* da corpi, identità, espressioni, persino ruoli che non confermano la propria identità, espressione, ruolo. Da chi insomma costruisce la propria identità solo per opposizione.

Una volta stabilito che il corpo “sbagliato” è un problema di percezione cis-centrica, riduttiva e binaria , vediamo quali sono le conseguenze di questa narrativa.

Il corpo sbagliato crea due problemi: il passing e il Real life test.

  • Chi non sembra “abbastanza cis”, si dice che non “passa”. Nell’immaginario cis-centrico occidentale lo standard è costituito da corpi bianchi, abili, eterosessuali, giovani, magri che sembrino sufficientemente maschili o femminili (qualunque cosa voglia dire nella vostra cultura di riferimento). Chi si discosta dalla norma non viene trattato con rispetto, non viene incluso e in casi più gravi subisce violenza, bullismo, mobbing o viene uccis*. È indifferente che si identifichi come trans o meno, questa cosa del passing colpisce tutte le persone che possono anche vagamente sembrare trans. È di pochi giorni fa la notizia di una ragazza cis che è stata appellata come “maschio mancato” e scartata nella selezione per un lavoro perché era stata percepita come trans pur non essendolo.
  • Il “Real life test“consiste in un anno di prova in cui vengono somministrati ormoni lasciando invariate e in sospeso sia la situazione anagrafica che quella fisica. Non sto ad elencare quanti e quali problemi crei circolare, cercare lavoro, studiare, socializzare con i documenti discordanti rispetto all’apparenza e al nome.Servirebbe, a detta di chi lo promuove, come procedura necessaria ad evitare che la persona si penta della chirurgia. Di fatto serve molto di più come giustificazione che scagiona l’equipe medica di fronte ad un’opinione pubblica ostile al finanziamento pubblico dell’assistenza medica alle persone trans. Sono infatti in grado di dimostrare così, che hanno usato “cautela” ritardando e scoraggiando il più possibile le chirurgie.

    Non lo dico io, lo ammettono candidamente loro sia ai convegni che in tv (“Storie del genere”, prima puntata). Non sarebbe pensabile per nessun altra condizione che necessiti di intervento del servizio sanitario quello di rimandare il più possibile la soluzione o di non avere un tempo massimo entro il quale deve essere garantito il servizio. Chi può permetterselo va all’estero a farsi le chirugie per non subire le lungaggini, le condizioni e gli ostacoli sia economici che di tempo che in alcuni casi la procedura e alcuni professionisti, frappongono. Non metto in dubbio che ci siano professionisti validi, che hanno a cuore le persone trans. Ma si trovano ad operare all’interno di un sistema che prevede procedure che infantilizzano la persona trans.

Quando mai ad una persona cis viene richiesto di dimostrare di avere il sostegno della famiglia o di avere una relazione o di avere un lavoro per farsi un’operazione chirurgica?

Quando mai una persona cis adulta non viene ritenuta capace di prendersi le responsabilità dell’incertezza di un esito? Dovremmo fare perizie psichiatriche a chi prende un prestito, a chi accende un mutuo, a chi stipula una polizza assicurativa.

Quando mai viene richiesta una perizia psichiatrica o un test di Rorschach per dimostrare che quello che una persona adulta e in grado di intendere e di volere dice è vero e non frutto di una patologia prima che abbia compiuto qualche atto incomprensibile? Per le persone cis lo screening psichiatrico è sempre successivo ai comportamenti reiterati preoccupanti o a scelte errate, mai antecedente e sulla base di preoccupazioni che nella maggioranza dei casi sono infondate.

Quando mai alle persone cis che fanno operazioni di mastoplastica additiva o sottrattiva (chirurgia estetica che ingrandisce o diminuisce la taglia del seno) viene richiesta una diagnosi? Quando mai è illegale fare loro questo tipo di interventi? Quando mai l’alternativa all’operarsi in una struttura pubblica è andare all’estero per aggirare il divieto? Quando mai vengono fatte aspettare anni? Chi, ad eccezione del chirurgo plastico che teme una causa, si chiede se se ne pentiranno?

Quando mai ad una persona cis viene chiesto di giustificare la spesa pubblica per il servizio sanitario che riceve, in Italia?

Prendiamo ad esempio il parto.  Prima si partoriva e si può ancora partorire  a casa ma il rischio di complicazioni ha fatto sì che sia diventata prassi per la maggioranza delle donne cis farlo in ospedale e oggi grazie a questa politica è irrisoria la mortalità per parto. Il denaro pubblico impiegato a far partorire le donne cis nelle strutture pubbliche non verrà mai messo in discussione anche se il parto non è una patologia. Perché sarebbe un autogol politico, perché siamo un paese dove il tasso di natalità è basso, perché è giustificabile con statistiche sul rischio per la salute ma anche e soprattutto perché l’identità della donna cis in procinto di procreare viene pensata come sacra e intoccabile al contrario della persona trans che viene pensata come una stranezza e come un corpo “sbagliato”.

Le statistiche estere sulle persone trans (quelle italiane sono improponibili per i campioni limitati) mettono in guardia dal rischio di abbandono scolastico, autolesionismo, suicidi, esclusione sociale, povertà, disoccupazione, co-morbilità psichiatriche (come conseguenza della transfobia, non intrinseche). A pagare quando la persona trans non è o non la si rende autosufficiente (per esempio castrandola continuamente in famiglia) è comunque la collettività. Ma per una società cis-centrica sembra che sia preferibile far spendere molto di più e più a lungo a tutt* per le conseguenze della transfobia che educare, prevenire, includere per rendere la società migliore.

Cominciamo a parlare della società giusta, meno cis-centrica e più inclusiva, alla quale aspiriamo e smettiamola di bollare i corpi come “sbagliati”, visto che possiamo scegliere come agiamo ma non possiamo scegliere l’apparenza estetica del corpo in cui nasciamo.