Aspetti medici e biologia

In questo post analizzerò 5 tasselli della Tombola trans che riguardano aspetti biologici o medici della transizione di adult* o minor*.

  • Patologia o Disturbo
    • Narrativa pietistica
    • Dibattiti
  • Riportare ricerche screditate spacciandole per valide
  • Cambio di sesso
  • Bloccanti = pillole per cambiare sesso
  • Boom dei bambini transgender

Patologia o Disturbo

Ad onor del vero è raro trovare articoli che parlino dell’essere trans come di una malattia, patologia, disturbo oggi, specie dopo che, con l’approvazione dell’ICD-11 l’OMS lo ha depennato dalla lista delle malattie mentali e che con il DSM-5 si era cambiata la definizione da Disturbo dell’Identità di Genere a Disforia di Genere.

Narrativa Pietistica

Sono invece più comuni all’interno degli articoli o nelle trasmissioni vocaboli associati a malattie e patologie quali sofferenza, dolore, affett* da. Se è innegabile che la disforia non sia una passeggiata, la narrativa pietistica che descrive le persone trans come persone necessariamente sofferenti che vanno aiutate, comprese ed accettate perché hanno avuto la sfortuna di nascere così e non hanno scelto di esserlo non è necessariamente o solo positiva.

Da un lato è apprezzabile che si cerchi di far leva sulla compassione del pubblico rendendo comprensibili gli ostacoli personali che le persone trans affrontano, dall’altro il tipo di solidarietà sociale che questo tipo di narrativa suscita è superficiale e de-responsabilizza, invisibilizzando gli ostacoli sociali.

Elimina la possibilità di comprensione che migliorare l’ambiente sociale per le persone trans è compito di tutt* e non richiede una laurea in psicologia o in psichiatria o un intervento dello Stato, si può fare nel proprio piccolo, nella vita di tutti i giorni.

Auto-assolve. Dopo il “poverin*”, si è liberi di passare oltre senza aver fatto nulla di concreto per comprendere o cambiare lo status quo nel proprio piccolo.

Cosa potreste fare? Innanzi tutto abbandonare la negazione. Non è sufficiente non andare a casa delle persone trans a picchiarle. Se evitate di invitarle in certe occasioni perché vi vergognate di loro, parlate dei loro genitali con chiunque, le chiamate continuamente con il nome che è stato dato loro alla nascita anche quando vi hanno chiesto di non farlo e usate desinenze  inappropriate sminuendo le loro rimostranze, se pensate che si meritino di essere discriminat* perché potrebbero nascondere il fatto che sono trans (dopo che sono anni che fanno finta di essere cis per compiacere le persone cis che le circondano), o pensate che vengano trattate male per come si vestono ecc. vi state comportando in modo transfobico o avete atteggiamenti transfobici.

Dire che un comportamento o un atteggiamento è transfobico non è un’accusa da prendersi sul personale. I comportamenti non equivalgono alla vostra essenza, gli atteggiamenti possono caratterizzarla un po’ di più ma entrambi sono modificabili.

Una società transfobica come la nostra, ci rende tutt* transfobic*. Perfino le persone trans devono de-costruire la transfobia che interiorizzano per poter arrivare a dire che sono trans.

Seconda cosa, se quelle che ho descritto vi sembrano piccolezze dovreste prendere atto che non siete in grado di comprendere o provare sufficiente empatia, nei confronti delle persone trans. Può essere utile renderlo un problema vostro, invece di tacciare come troppo sensibile la persona trans.

Certo, la pietà è comunque preferibile alla violenza. Ma serve sempre a distinguere le persone trans da quelle cis, infantilizzandole e rendendole dipendenti.

Non possono sapere di cosa hanno bisogno senza qualche professionista che lo confermi, non possono sapere chi sono prima che l’aspetto e i documenti si allineino con l’immaginario cis (ammesso che ci si allineino mai). Non possono prendersi dei rischi e delle responsabilità per legge che chiunque altr* può prendersi. La pietà ti incastra nel ruolo di vittima e maschera da aiuto i piccoli soprusi quotidiani.

La comprensione è la più grande forma di “amore”, non la pietà. Comprendere significa abbandonare tutto quello che pensate di sapere sulle persone trans e mettervi ad ascoltarle seriamente dando loro la stessa fiducia e lo stesso credito che accordereste ad una persona cis.

E comprendere è un processo che non finisce mai. Ci vuole tempo, pazienza, ma soprattutto la maturità e la capacità di vedere, riconoscere, non negare e non giudicare l’eventuale disagio che percepite di fronte ad una persona trans. Solo accorgendovi che lo state provando mentre lo state provando e riconoscendolo come vostro senza giudicarlo e senza imputarlo a chi avete di fronte, può aiutarvi a capire e capirvi meglio.

Dibattiti

Falsi dibattiti
Immagine che mostra due dialoghi stilizzati, uno con la bandiera trans e l’altro di colore rosso su sfondo giallo. C’è una scritta che dice: “Sono trans: l’unico vero dibattito che possiamo avere riguarda cosa ti impedisca di trattarmi da pari”. Tutto il resto non è un dibattito, è un fagocitarmi con le tue paure.

Meno raro nei media è invece vedere l’essere trans dibattuto da personaggi pubblici che faticano a prendere atto dei cambiamenti in campo scientifico e continuano a parlarne come se fosse una malattia/patologia spesso perché a livello politico conviene sfogare malcontento su gruppi minoritari.

Un esempio è stato l’intervento di Giovanardi a Bologna quando ha affermato “ho amici transessuali ma questa è una patologia”. Repubblica pubblica sotto forma di dibattito il botta e risposta tra attivist* e il politico.

Questi “dibattiti” o “controversie” non sono tali. Non si definirebbe oggi “controversia” o “dibattito” il fatto che “isteria” sia un termine superato e che al suo posto si usi nevrosi. Se qualche politico definisse tutte le donne cis isteriche come suggerisce l’etimologia del termine che in greco si riferisce all’utero, nessun* giornalista che possa definirsi tale, difenderebbe queste uscite o lo riporterebbe come un dibattito.

Una volta che c’è consenso scientifico sul fatto che essere trans non sia né una malattia né una patologia in quanto ascrivibile ad un mix di fattori socio-ambientali e biologici che vanno ad interagire con la psicologia della singola persona, chi scrive un articolo ha il dovere di esplicitarlo, specie se si trova a riportare uscite transfobiche (non si applica al caso descritto perché era precedente all’uscita dell’ICD-11).

Soprattutto perché inquadrarlo come dibattito rende discrezionale vedere le persone trans come malate o meno, il che comporta che sia discrezionale anche stigmatizzarle o meno e non lo è.

I media non possono fare da cassa di risonanza a narrative, come quella fasulla del gender, perché sono dannose.

Proprio due giorni fa si è suicidata una donna trans dopo che per l’ennesima volta veniva rinchiusa in un carcere maschile. Ad aprile un’altra donna trans molto religiosa si era uccisa ingerendo acido muriatico.

Chi riporta battute, narrative, linguaggio, fatti transfobici ha il dovere di mediare con chi legge/ascolta/segue bilanciando le fake news e la transfobia. Perché non farlo significa essere co-responsabili dei danni.

La transfobia nella rappresentazione crea e alimenta bullismo, risentimento, discriminazione, violenza e omicidi. Venire pensat* come malat* ha comportato che si siano inventate delle cosiddette “terapie” riparative e questo ci porta al punto successivo.

Riportare ricerche screditate spacciandole per valide

Il ricercatore che sentirete citare più spesso per negare che il trattamento ormonale o chirurgico o i bloccanti siano necessari per la salute della maggioranza delle persone trans sarà sicuramente Kenneth Zucker (psicologo), talvolta in coppia con Susan Bradley (psichiatra), talvolta da solo.

In realtà le teorie che Zucker e Bradley hanno sperimentato nel centro fondato dalla Bradley, il CAHM (Center for Addiction and Mental Health) di Toronto, sono state inventate da Richard Green.

Richard Green fonda nel 1971 la rivista scientifica “The archives of sexual behaviour” e nel primo numero chiarisce che “prevenire il transessualismo” è uno degli scopi. Green vede l’omosessualità come il male minore ma condanna fermamente l’essere trans come una scelta che va scoraggiata.

Zucker sarà l’esecutore materiale di queste teorie e userà la rivista come cassa di risonanza per i suoi esperimenti. Sottoporrà centinaia di minori a “terapie” comportamentali che scoraggiano i comportamenti non conformi a quelli cis e incoraggiano quelli cis. Le terapie comportamentali prevedono rinforzi positivi e negativi (premi e punizioni) per ogni comportamento “giusto” o “sbagliato” che venga messo in atto.

Negli anni ’70, John Money aveva teorizzato che l’identità di genere dei bambini fosse appresa e non innata. Vedendola solo come una costruzione culturale, Money teorizzava che chiunque potesse venire cresciut* come bambino o bambina indifferentemente almeno fino ad una certa età.

Se questa teoria poteva venire considerata scientifica negli anni ’70, nel 1997 dopo l’articolo di Diamond e Sigmundson che screditava il dott. Money perché David Reimer non si era mai identificato come donna, già non poteva più essere considerata tale e dopo il suicidio di David Reimer nel 2004 era stato anche compreso quanto fosse dannoso pensarlo.

Le “terapie riparative” si rifanno a questa teoria perché teorizzano le persone trans come persone che interpretano un ruolo (non come persone con un’identità di genere stabile e legittima). Il ruolo, per le persone trans, viene raccontato come erroneamente appreso e viene proposto come “soluzione” un addestramento serrato che scoraggi il ruolo sbagliato e rinforzi quello giusto.

In pratica Zucker ha capitalizzato sulla transfobia genitoriale sottoponendo e facendo sottoporre i minori a gaslighting, negando loro qualsiasi autonomia e spingendoli ad odiare sé stess* per quello che sono. Non è definibile come “terapia” una pratica del genere.

Ma soprattutto non “funziona”. O ritarda la transizione creando ulteriori problematiche, perché l’autostima è alla base di uno sviluppo sano, oppure porta al suicidio.

Zucker ha operato indisturbato fino al suicidio di Leelah Acorn nel 2014. Leelah ha chiarito nella sua nota suicidaria (che la famiglia aveva cestinato ma che per fortuna aveva postato anche sui social media) che la transfobia e il controllo serrato che le arrivava da tutte le parti (famiglia transfobica, “terapeuti” cristiani che applicavano queste “terapie” riparative, comunità cristiana avversa) ha contribuito a toglierle qualsiasi speranza per il futuro e ha portato a questo suo gesto estremo. Tra le ultime righe si legge: “La mia morte deve contare. Dovete aggiungerla al numero delle persone trans che si sono suicidate quest’anno. Voglio che qualcuno guardi quel numero e pensi: <<Fa schifo>> e si dia da fare per migliorarlo“.

A dicembre 2015 Zucker è stato licenziato dal CAHM. Il 4 giugno 2015 nel frattempo era stata passata una legge in Ontario, lo stato dove si trova il CAHM, che vietava questo tipo di “terapie”. L’American Psichiatric Association, l’American Psychological Association, l’American Academy of Pediatrics e il WPATH (ovvero le maggiori associazioni di professionisti in materia di identità di genere) considerano queste terapie dannose. Il Parlamento Europeo si è fermamente espresso contro questo tipo di terapie nel Report Annuale sulla situazione dei diritti fondamentali (2018).

Se avete un* figli* trans e volete credere che costringerl* a sembrare cis sia per il suo bene, dovete essere coscienti e pronti a prendervi la responsabilità del suo suicidio e/o della miseria che infliggete almeno finché non ve lo vieterà una legge.

Cambio di sesso

Il sesso, inteso come insieme di cromosomi, ormoni, gonadi e caratteri sessuali primari e secondari non si può cambiare. Prima di scandalizzarvi seguite almeno il mio ragionamento fino alla fine. Si può cambiare molto dell’aspetto, si può cambiare la concentrazione degli ormoni, si possono modificare le corde vocali, l’aspetto dei genitali e via dicendo. Queste sono pratiche e chirurgie che molte persone trans ritengono necessarie a riallineare l’aspetto estetico alla propria identità di genere, non riguardano tanto un “cambio di sesso” quanto una affermazione della propria identità di genere.

Il sesso (la combinazione di cui sopra) non rende automaticamente uomini, donne, non binary, per cui no, anche se non si può cambiare, non è una buona scusa per non considerare le donne trans, donne, gli uomini trans, uomini e le persone non binarie, tali.

L’unico “cambio di sesso” letterale è il cambio anagrafico sui documenti in cui viene modificata la dicitura M/F laddove sia presente. Questa pratica è necessaria perché c’è stata una attribuzione anagrafica errata alla nascita.

Se non vivessimo in una società transfobica prenderemmo meno sul serio i genitali e più sul serio l’identità di genere delle persone. Probabilmente avremmo una registrazione anagrafica temporanea alla nascita che permetterebbe a chi è trans, di modificare almeno una volta l’anagrafica e il nome dai 16 anni in poi, con la stessa facilità con la quale si rinnova la carta di identità.

Bloccanti = pillole per “cambiare sesso”

Cosa sono i cosiddetti “bloccanti”? I bloccanti ipotalamici sono antagonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH o GnRHa), nello specifico in Italia viene somministrata la triptorelina. Non esiste sotto forma di pastiglie ma di iniezioni.

Durante la pubertà la produzione di GnRH nell’ipotalamo aumenta. Questo ha un effetto sull’aumento delle gonadotropine (FSH e LH) che infine influisce sui livelli di estrogeni e androgeni.

asse ipotalamo-ipofisi-surrene

(Nell’immagine l’asse ipotalamo-ipofisi-testicolo)

I bloccanti sono stati approvati come farmaco specifico per l’incongruenza di genere o disforia di genere dall’AIFA in Italia a marzo 2018 nonostante i professionisti ne chiedessero l’approvazione dal 2012.  In Olanda li usano per la disforia di genere dal 1990.

Questo non vuol dire che non venissero usati prima su bambini. Venivano e vengono usati su bambini con pubertà precoce cis. A questi bambini vengono somministrati in età inferiori a quelle dei bambini gender creative e trans. Ma siccome la pubertà precoce non rientra nell’allarmismo gender, non se ne è mai preoccupato nessuno.

Tutte le preoccupazioni cocenti sui rischi per la salute dei bambini trans che sono stati espressi dai soliti noti e da siti/pagine facebook transfobiche riguardano solo i bambini gender creative e trans e hanno permesso che in Italia, per anni, un minore dovesse tentare il suicidio perché si prendesse sul serio il malessere che causa la pubertà.

A cosa servono quindi i bloccanti per la disforia di genere?

Ovviamente il loro scopo principale è bloccare i cambiamenti definitivi corporei che la pubertà comporterebbe richiedendo un numero di chirurgie importante per le persone trans ed evitando che questi cambiamenti provochino depressione, ritiro sociale o il suicidio.

Una volta stabilito dal professionista che il minore è adatto alla somministrazione, servono anche al minore a prendersi un ulteriore periodo di riflessione ed esplorazione della propria identità di genere fino ai 16 anni, quando sarà possibile, eventualmente e se ne sente ancora il bisogno, cominciare con la somministrazione ormonale. La somministrazione dei bloccanti può venire interrotta in qualsiasi momento, se il minore lo desidera, e la pubertà riprende il suo corso.

Quando vengono somministrati?

In Italia, non vengono somministrati immediatamente, appena iniziano i primi segni di pubertà perché i professionisti ritengono che sia più prudente far sperimentare in parte la pubertà al minore. Non vengono mai somministrati prima della fase Tanner 2-3 e solo se il minore ha presentato disforia di genere in maniera continuativa (e quindi prova forte disagio).

Boom dei bambini transgender

Non esiste un boom dei bambini transgender in Italia. Nel Regno Unito hanno visto una crescita importante nei referrals negli ultimi anni, ma non riguarda l’Italia.

Perché preoccuparsi di quello che succede all’estero se qui non succede? Perché fanno paura i bambini trans? La risposta è sempre la stessa: transfobia.

I dati di 4 centri italiani ci dicono che le persone in Italia fanno il primo accesso alle strutture per transizionare, mediamente a 32.6 +/- 6.3 anni. Mediamente significa che c’è chi lo fa a 60 anni perché magari sente di dover aspettare che muoiano i suoi genitori per sentirsi liber* di vivere come è sempre stat* e chi lo fa prima perché ha una situazione familiare/amicale/relazionale più comprensiva. Rimane comunque una media alta che dà il polso su quanta poca accettazione ci sia delle persone trans se devono attendere queste età prima di contattare un centro (anche se non tutte le persone trans transizionano o lo fanno nei centri italiani).

Non sarebbe meglio parlare dei dati italiani invece di creare campagne mediatiche allarmistiche che riportano dati di un altro paese scontestualizzandoli? Nel Regno Unito vige l’Equality Act 2010 che garantisce almeno sulla carta una parità sostanziale dei diritti delle persone trans, qui non c’è nemmeno l’aggravante per i reati a sfondo transfobico.

Qui, al contrario del Regno Unito l’omo-bi-transfobia non rende ragionevolmente sicuro per un adolescente o per un bambin* esprimersi in maniera creativa rispetto al genere, figuriamoci dirsi trans. Basti pensare ad Andrea Spezzacatena che solo per aver indossato pantaloni e smalto rosa e aver avuto un quaderno rosa, fu preso di mira dai bulli con insulti omofobici sui social e a scuola e si uccise nel 2012. Non serve nemmeno essere trans per diventare target di bullismo, giudizi ed esclusione sociale: è sufficiente che l’espressione di genere sia creativa.

In molti casi non è sicuro per minori/adolescenti esprimersi in famiglia perché ci sono pregiudizi radicati che le famiglie non vogliono affrontare, forti come sono di giustificazioni irrazionali quali l’allarmismo gender o di pratiche dannose come le “terapie” riparative.

In altri casi, sebbene l* bambin* o l’adolescente abbia il supporto della famiglia, può essere l’ambiente scolastico a non essere accogliente, specie se non c’è un’organizzazione che responsabilizzi o che metta in atto pratiche di prevenzione. Il bullismo avviene principalmente grazie al mancato intervento di chi vi assiste ma non lo legge come preoccupante.

I media non fanno eccezione. Chiamare un incremento di referrals “boom” e far intendere che essere trans stia diventando una “moda” è un’insulto per tutt* quell* che hanno dovuto transizionare in età avanzata a causa della transfobia, del bullismo familiare, dell’ostilità incontrata sul loro percorso.

Non c’è nessun boom o moda (sarebbe una moda ben irrazionale e masochistica), le persone trans sono sempre esistite e continueranno ad esistere che piaccia o meno. Se ci decidessimo ad includere una domanda sull’identità di genere anche nel censimento, magari ne sapremmo anche di più sulla popolazione trans invece di alimentare miti senza avere idea su quante persone trans effettivamente esistano in Italia.