Adolescent* trans

Negli ultimi mesi, soprattutto in ambito statunitense e anglofono si è intensificata la corrispondenza fatta di pubblicazioni, comunicati e policy statements (buone pratiche mediche) sul tema adolescent* trans. In particolare questo carteggio virtuale riguarda gl* adolescent* trans AFAB.

Il motivo del contendere sono le statistiche dei pazient* nelle cliniche per bambin* e adolescenti trans e gender variant per sesso assegnato alla nascita che mostrano che gl* adolescent* AFAB  manifestano incongruenza di genere prevalentemente in età adolescenziale, superando i numeri dell* adolescent* AMAB. Negli ultimi anni si registra inoltre un netto incremento di richieste in generale, e di richieste di adolescent* AFAB in particolare.

Questo dato statistico che in sé non spiega nulla, ha portato una minoranza di gruppi conservatori e religiosi, genitori, professionisti e accademici che vedono la transessualità come qualcosa di dannoso da scoraggiare, a sfruttare il dato statistico per costruirci una narrativa complessa, dall’apparenza scientifica, amorevole e assistenziale il cui scopo è però di invalidare l’identità di genere, impedendo o ritardando l’accesso all’aiuto specialistico per la disforia/incongruenza.

Esiste già una spiegazione al dato statistico: si chiama “disforia di genere” nel DSM-5 e “incongruenza di genere” nell’ICD-11 che sono i due manuali diagnostici in vigore nel mondo. Sono costrutti accettati e riconosciuti da anni come validi dalle maggiori associazioni specialistiche in materia.

Quanto all’incremento degli accessi, Julia Serano fa notare che è normale che in popolazioni stigmatizzate i dati tendano ad incrementare una volta che lo stigma si allenta. È successa la stessa cosa con chi era mancin*.

Ci sono molte spiegazioni plausibili alla disparità degli accessi AFAB/AMAB. Per esempio il fatto che vestirsi in modo considerato neutro/maschile non sia sanzionato a livello sociale quanto viene sanzionato per AMAB vestirsi in modo considerato femminile e che almeno che non venga espressa una disforia genitale, è più difficile che venga interpretato come un segnale relativo all’identità di genere per AFAB.

Oppure considerare quanto compiacere faccia parte dell’educazione e delle aspettative del ruolo femminile, specie in famiglie/gruppi sociali in cui i ruoli di genere sono binari e rigidi e dove prevalgono valori religiosi/tradizionalisti. Se vieni valorizzat* solo per l’apparenza femminile, la gentilezza, la grazia, la docilità, l’obbedienza, sarà difficile poter esprimere liberamente la tua identità o espressione di genere o venire credut*. Ogni comportamento non congruo al ruolo di genere, può venire interpretato come capriccio, effrazione, ribellione rispetto al ruolo di genere ma raramente verrà attribuito ad uno stato interno legittimo come l’identità di genere perché non rientra nel campo del pensabile/desiderabile.

Le fasi di questo carteggio comprendono i seguenti documenti:

1. La pubblicazione del paper “Rapid-onset gender dysphoria in adolescents and young adults: A study of parental reports” (d’ora in poi abbreviata in “ROGD”) ovvero “Disforia di genere ad insorgenza rapida negli adolescenti e giovani adulti: uno studio delle affermazioni genitoriali”,  di Lisa Littman a metà agosto.

2. Il comunicato della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) ovvero l’Associazione Mondiale dei Professionisti per la Salute Transgender sulla ROGD a settembre

3. Il policy statement “Ensuring Comprehensive Care and Support for Transgender and Gender Diverse Children and Adolescents” della American Academy of Pediatrics qualche giorno fa.

Partiamo dal paper di Littman.

Come spiega Julia Serano, il termine “Rapid Onset Gender Dysphoria” nasce nel 2016 all’interno di tre siti web:

Questi siti ospitano/ospitavano genitori che fanno fatica ad accettare che i loro figli possano essere (anche) trans. Quando i loro figli fanno coming out come persone trans, invece di supportarli o permettere loro di esplorare le diverse opzioni disponibili, questi genitori vanno in panico perché l’idea che si erano fatti dei figli viene meno.

È un processo naturale in cui, se solo contattassero uno specialista, potrebbero trovare sostegno per sé e potrebbero essere più d’aiuto anche a* figl*. Invece cercano informazioni online e trovano questi gruppi di auto-aiuto che fingono di essere benevoli e sopra le parti ma fanno parte di un circuito in cui credenze religiose integraliste si mischiano a posizioni politiche di stampo conservatore e a professionisti con convinzioni retrograde e talvolta anche dannose o non-etiche.

Sfruttano le caratteristiche, le insicurezze e la potestà di questi genitori (oltre alle eventuali incomprensioni che già esistono tra genitori e figli*) per invalidare l’identità di genere de* figli*.

Il genitore ha tutto da guadagnare a partecipare in questi forum: riceve validazione ai suoi dubbi, sia attraverso teorie presentate come scientifiche (anche se reputate dannose dalle maggiori associazioni dei professionisti) che attraverso il mutuo sostegno e rinforzo con altri genitori. Inoltre può nascondere dietro una performance benevola e premurosa la vergogna che prova per i propri figli e il desiderio di riportarli ad essere accettabili socialmente per la propria immagine sociale.

Su Psychology Today si legge infatti che “i genitori possono sperimentare profonda vergogna a causa del comportamento de* figli*. L’idea, per un genitore, è che i figli* rappresentino i propri sforzi e meriti, per cui un* figli* che non raggiunge gli scopi desiderati o il cui comportamento è imbarazzante, si riflette negativamente sul genitore ed evoca una risposta di vergogna.”

Lisa Littmann, della Brown University, a metà agosto ha pubblicato la sua ricerca basandosi solo sul resoconto di questi genitori e asserendo che la ROGD sia un nuovo tipo di disforia, che al contrario di quella manifestata in età infantile non è collegata all’identità di genere ma ad altro. La ricerca, che lei stessa definisce descrittiva, in realtà trae conclusioni che necessiterebbero di inferenze causali, impossibili senza comparare almeno con un altro gruppo, senza uno studio longitudinale, senza escludere o testare la causalità inversa.

Se intervistare solo membri del Ku Klux Klan per dimostrare che la schiavitù è auspicabile non sarebbe né accettabile né scientifico, non si capisce perché o come intervistare solo genitori che non accettano i figli per come sono, possa aver passato il vaglio della commissione etica per essere approvato.

L’articolo che era stato pubblicato sul sito dell’università è stato rimosso a loro dire non tanto per il contenuto (sic!) ma per gravi problemi metodologici che hanno spinto anche la rivista sulla quale ha pubblicato, PLOS ONE, a mettere in atto un processo di revisione non ancora concluso.

I punti principali della ricerca sono 4 e si sovrappongono alle narrative che troviamo anche nei forum:

  • Il definire il coming out come trans dei figli improvviso e inaspettato
    • Secondo i genitori non ci sono segni anticipatori e secondo la ricercatrice si tratta di un nuovo tipo di disforia che non è vera disforia perché la vera disforia è solo ad insorgenza precoce infantile.
  • L’attribuire l’essere trans ad un’influenza del gruppo dei pari
  • Il considerare una eccessiva esposizione ai social media a tema trans come deleteria per la salute e per i rapporti con i genitori
  • L’attribuire l’identità trans a meccanismi di coping maladattivi e egodistonici che in altre parole vuole dire che non sapendo come reagire ai traumi e allo stress nella propria vita i minori trans inventerebbero un’identità trans.

Al di là dei problemi metodologici, la risposta di WPATH evidenzia che crea danno, chiunque abbia come scopo preventivo quello di limitare l’accesso al supporto specialistico più appropriato per un* adolescente, a prescindere che sia effettivamente trans o meno, quando dice di provare disforia di genere.

Quali conclusioni trae Littman dalla sua “ricerca”?

1. La più assurda è che definirsi trans sia una forma di autolesionismo assimilabile all’anoressia. Non viene minimamente tenuto in considerazione che l’anoressia di per sé è una patologia e può essere mortale mentre essere trans, di per sé non lo è, e soprattutto si fa rientrare dalla finestra il concetto di patologia ri-legandolo all’identità di genere degl* adolescent* AFAB dopo che era stato messo fuori dalla porta quando a maggio 2018 perfino l’Organizzazione Mondiale della Sanità con l’ICD-11 aveva escluso che lo fosse.

La risposta migliore ci viene dall’American Academy of Pediatrics (67.000 professionisti circa) nel suo policy statement quando cita:

  • l’American Psychological Association che ancora nel 2008 scriveva: “Non ci sono prove che il rischio per la salute mentale sia attribuibile come innato delle identità transgender e gender diverse. Piuttosto lo si ritiene multifattoriale e derivante da un conflitto interno tra l’apparenza e l’identità, dalla carenza di servizi di salute mentale, da un accesso limitato ai professionisti specializzati per giovani transgender e gender diverse, discriminazioni, stigma e ripudio sociale.
  • La dichiarazione del 2012 dell’American Psychiatric Association: “Essere transgender o gender variant non comporta nessun impedimento di giudizio, stabilità, affidabilità o abilità sociali e professionali, tuttavia queste persone sperimentano spesso discriminazione a causa della mancanza della protezione dei diritti civili nei confronti della loro identità o espressione di genere. […] Questa discriminazione e mancanza di diritti civili danneggia la salute mentale delle persone transgender e gender variant.

2. La conclusione meno assurda di Littman (ma sempre assurda) è che l’influenza socio-culturale (gruppo dei pari + social media) sia un fattore determinante nel rendere i teenager trans e avversi ai genitori.

Qualora ci trovassimo di fronte a casi in cui il minore emula il comportamento dei pari e non è trans, lasciare che sperimenti (per esempio con il taglio dei capelli o i vestiti) e fornire l’accesso a specialisti è il modo migliore per aiutarl* a capire in autonomia e senza pressioni che non si tratta della sua strada.

Andando poi a leggere la ricerca nel dettaglio emerge che i genitori:

1. (p.22) Invece di ascoltare e credere a quello che i figli* dicono o al limite sospendere il giudizio:

  • esprimono il loro disaccordo con quanto espresso da* figli*
  • consigliano a* figli* di prendersi tempo per valutare se la disforia persiste o meno.
  • esprimono la loro preoccupazione per eventuali future assunzioni di ormoni e chirurgie
  • continuano a chiamarl* con il nome alla nascita e con pronomi errati
  • suggeriscono che invece di essere trans si tratti di un problema di salute mentale diverso dalla disforia e che deve avere precedenza sull’esplorazione della disforia

2. Manifestano grossi problemi di fiducia nei confronti dei figli*. Il 76.5% (195/255) non crede che i figli* siano trans, il 66.7% (64/96) è ragionevolmente sicur* che i figli* abbiano mentito nei colloqui con i professionisti con i quali hanno avuto a che fare.

3. Nonostante non manifestino apertura o voglia di capire e mettersi in discussione i genitori tendono ad attribuire la responsabilità del deteriorarsi dei rapporti unicamente a* figli*. Si risentono di venire chiamat* “transfobici” o “bigotti” (su internet o dal vivo) ed esternalizzano le colpe: dalla comunità trans su internet ai professionisti delle gender clinics che a loro dire non considerano a sufficienza altre diagnosi di salute mentale o diagnosi precedenti.

4. L‘età va dagli 11 ai 27 anni, quindi in alcuni casi (non si sa quanti) non si tratta nemmeno di minori ma i genitori pretendono comunque di imporre il loro volere.

5. Manifestano fobie irrazionali per l’età dei figli*. Trovano allarmante che i figli* adolescent* o adult*:

  1. cambino il taglio di capelli (84.4%),
  2. cambino modo di vestire (82.0%),
  3. chiedano di venire chiamat* con un nome diverso da quello alla nascita (73.4%),
  4. chiedano pronomi diversi (68.4%).

6. C’è un divario netto tra le preoccupazioni genitoriali e i fatti.

  • Non tutto il campione de* figli* ha manifestato la volontà di prendere ormoni o sottoporsi a chirurgie: su 256 figli* solo 189 lo hanno fatto e degli altr* 67 non si sa nulla (nemmeno perché il genitore si preoccupi per loro).
  • Su 256 figli* solo 29 hanno preso ormoni, 19 hanno cambiato il nome sui documenti (è molto più facile che in Italia) e solo 5 si sono sottopost* a chirurgia.
  • Solo 92 figli* su 256 hanno fatto una visita da un professionista specializzato o sono andat* in una clinica specializzata. 151 (59.4%) non ci sono andat* e in 11 casi il genitore non sa.

Ne emerge che i dubbi, gli allarmismi e la sfiducia del genitore, come è prevedibile in un rapporto in cui il potere delle parti è sbilanciato, prevalgono sugli eventuali bisogni e opinioni espresse dai figli.

Come ha fatto notare Florence Ashley, il problema principale della ricerca oltre che metodologico è interpretativo. Se ci avessero detto che si tratta di una ricerca che vuole dare un’istantanea della popolazione di genitori transfobici o in difficoltà di adolescent* e giovan* adult* e nulla altro, non ci sarebbe niente da obiettare sui dati. Ma dopo aver detto che la ricerca è solo descrittiva, pretendere di validare un costrutto senza escludere tutte le altre possibilità e senza comparare le opinioni con quelle di un altro gruppo, non si può che definire come un tentativo di ricerca fake (altro che fake news!) e ci auguriamo che PLOS ONE prenda provvedimenti adeguati.

Abbiamo sintetizzato in forma grafica il policy statement dell’American Academy of Pediatrics e ci prenderemo il tempo per tradurlo più avanti, perché è una risposta degna a questa pseudo-ricerca.

AAP 1
-No terapie riparative
-Stigma e discriminazione portano a malessere psicofisico
– bambin* e adolescent* cis e trans sanno chi sono
AAP 2
– Aiutare genitori a fornire supporto
– Garantire accesso al supporto specialistico
– Autostima = resilienza
– Focus sul presente e libertà esplorazione
Buone pratiche inclusive delle persone trans nell’ambiente di cura.